domenica 7 luglio 2019

Festa a Mellana: scelta di qualità gastronomica

Da venerdì 19 luglio a lunedì 22 ritornano le iniziative mellanesi, rimarcano il loro taglio religioso, gastronomico e musicale, pur senza trascurare la cultura. Il nuovo Direttivo del Circolo frazionale prosegue nella scelta di centrali serate gastronomiche «di qualità», con il pesce la sera di sabato 20 e la cucina tradizionale domenica 21 (per terminare con la tradizionale polenta finale del 22).
Le inaugurazioni saranno la sera del 19, alle 21 (dopo la “non competitiva” di “Boves Run”, XVI edizione, “Il giro di Mellana”, ritrovo alle 19, percorso di sette chilometri, iscrizione a 6 euro, con cena, tris di antipasti, primo, dolce).
Saranno proiettate immagini delle «Missioni» gesuitiche in Paraguay.
Ancora alle danze caraibiche sarà riservata la serata: alle 21 stage, dalle 22 esibizione del «Club Nuevo Ritmo».
I ritmi proposti dalla prima serata musicale saranno latino americani. Oltre alle opere dei tanti bambini partecipanti alla sezione, non competitiva, del «Concorso Parole ed Immagini», «Invito alla scrittura», verrà riproposta la collettiva «L’arte secondo noi».
Tra Salone ed ex Scuola, si potranno vedere le evoluzioni della esperienza artistica di Marina Falco, «Unicità declinate», una ennesima prova della creatività senza confini di Adriano Pellegrino, il bovesano «Griota», con, stavolta, le sue «Incisioni su alluminio», nell’ambito de «La creatività in mostra: le creazioni maschili e femminili di artigiani ed artisti» (Alessandra Barbero, con i suoi manufatti “country” e le sue bambole in stoffa, Cinzia Binosi  con le sue stoffe tinte con materiali naturali, Giuliana Rigamonti con i movimenti sapienti delle sue mani al telaio, Davide Gerbaldo con i colori caldi ed avvolgenti delle sue  opere pittoriche in acrilico), curata da Silvana Maria Lerda ed Enrica Semino. Nel pomeriggio di domenica saranno proposti «laboratori» di «Stampe su stoffa» e «Pittura con le mani», aperti a tutti e gratuiti…
Sarà ricordato Fulvio Giusta, improvvisamente scomparso ad inizio anno, attivo nella Comunità. Marinella Bruno e Fiorella Franchino cureranno esposizione fotografica: sui,  «suoi»,  «giochi mellanesi»,  «....ieri».
Sabato 20 partirà, dalle 9, il «Motoincontro», «Colli senza frontiere – Boves-Argentera» (iscrizioni allo 0171.266080). Alle 14,30 sarà riproposta la «Gara di petanque» (bocce vuote), quest’anno dai campi della «Osteria» (nuova gestione). L'iniziativa sarà riproposta nel pomeriggio, sempre dalle 14,30, di lunedì 22. Alle 20,30 protagonista sarà ancora la raffinata «Cena di pesce» (polpo e patate con olive taggiasche, insalata d’orzo con cozze, calamari e pomodorini, carpaccio di salmone, pennette con gamberi e pesto di zucchini, moscardini in umido con piselli e crostini), uno degli appuntamenti più importanti della manifestazione, certamente (a 20 euro, prenotazioni al Bar Roma di Boves od alla Osteria di Mellana, entro giovedì 16). Il pasto sarà accompagnato, dalle 21, dalla musica di DJ, da animazione per bambini e truccabimbi. La musica della serata danzante, dalle 22, sarà affidata agli «Elemento 90» (terminerà il DJ Mattia Dutto).
La processione è fissata la domenica mattina, 21, alle 10, dopo la Messa solenne, prima di ricordo di Fulvio Giusta, durante «aperitivo» delle 11. Giochi popolari per bambini e ragazzi partiranno alle 16 (insieme ai laboratori delle esposizioni, aperti a tutti). Alle 18,30 toccherà alla esibizione della scuola di musica «Voice Art Academy». Alle 19 vi sarà «Aperispritz».
Altro momento di richiamo sarà la «Cena piemunteisa» (peperone con crema al tonno, tomino con bagnetto verde, bruschetta con acciuga, raviole alle erbette aromatiche, arrosto alle nocciole con patate, semifreddo, a 16 euro, sempre su prenotazione entro venerdì 19, Bar Roma bovesano ed Osteria mellanese). La scelta è chiara, del rinnovato Circolo che organizza, quella della «gastronomia di qualità», ma sarà sempre possibile avere una pizza, come ormai tradizione locale. L’invito, che fanno anche altre varie iniziative, è di «portare da casa bicchieri e posate, scelta ecologica.
Domenica sera, dalle 21, la musica sarà occitana, dei «Raskas», apprezzati l’anno scorso.
Il lunedì si chiuderà con liscio e musica dei decenni passati, dopo la polentata alle 20. Dalle 21 suonerà l’Orchestra «Carlo Gribaudo».
Come sempre la festa si avvarrà dei tendoni della Cassa Rurale ed Artigiana di Boves e funzionerà servizio bar.





martedì 2 luglio 2019

19-22 luglio 2019 - Esposizioni a Mellana



Esposizioni estive a Mellana



A Mellana, il locale Circolo, vissuto il suo “Concorso Parole ed Immagini” nella nuova collocazione primaverile, non rinuncia, a luglio, tra centrali cerimonie religiose, gastronomia e musica, durante la festa, ad esposizioni.



Nella ex scuola della frazione il “Concorso” continua con la iniziativa, non competitiva, di “Invito alla scrittura”, rivolta alle scuole, bovesane e non, colorata, artistica, di scritti, in prosa o poesia, abbinati, preferibilmente ad opera grafica, integrati con essa, “parole ed immagini”.

Invitata è stata la pittrice di tecniche miste, insegnante, scrittrice e cantante, Marina Falco, che proporrà la sua storia artistica, il percorso compiuto (esposizione personale “Unicità declinate”), lo svilupparsi del suo discorso sia dal punto di vista della tecnica che del contenuto, in buona parte in seno alla cuneese “Associazione Magau”. In autunno (tra il 7 ed il 30 ottobre)  la aspetta una «bi-personale» (insieme a Mario Conte, pittore che le è affine), con i suoi lavori più recenti, nel prestigioso, cuneese, “Palazzo Samone”.

 Solo rinviata, per difficoltà organizzative, è l'esposizione di scultura contemporanea (anche omaggio a Roberto Peano, noto appassionato d’arte scomparso, che era originario della frazione), prevista nel “prato”.



Quella nell’Oratorio è a soggetto molto “tessile” (tessitura, tintura, cucito...), ma non solo, “la creatività in mostra: le creazioni maschili e femminili di artigiani ed artisti”. Notoriamente per “fare arte” serve “avere stoffa”, anche in senso “lato”...

Ci spiegano le curatrici Silvana Maria Lerda ed Enrica Semino: “Quest’anno la festa patronale mellanese della ‘Medaglia Miracolosa’ propone un ventaglio di artigiani ed artisti che portano le loro creazioni ed il loro estro con l’intento di comunicare lo splendore e la delicatezza delle arti e dei mestieri. Il salone parrocchiale si veste di un allestimento mirato a valorizzare meglio le realizzazioni ‘fatte a mano’ e le lavorazioni dal vivo.

Il bovesano Adriano Pellegrino,  meglio conosciuto come ‘Griota’,  come ogni anno, ormai ospite abituale, stupirà con le sue doti di artigiano con delle opere realizzate mediante la tecnica del graffito, porterà le sue nuove incisioni su alluminio, altro esempio della sua creatività senza confini. 

Alessandra Barbero  incanterà con i suoi manufatti ‘country’ e le sue bambole in stoffa.

Cinzia Binosi  farà sognare con le sue magnifiche stoffe tinte con materiali naturali.

Giuliana Rigamonti affascinerà con i movimenti sapienti delle sue mani che lavorano al telaio.

Davide Gerbaldo  riscalderà con i colori caldi ed avvolgenti delle sue splendide opere pittoriche realizzate in acrilico.

Inoltre per offrire un’esperienza a tutto tondo incentrata sull’incantevole mondo dell’artigianato ci sarà la possibilità di partecipare a dei laboratori  intitolati ‘Stampe su stoffa’ e ‘Pittura con le mani’aperti a tutti e gratuiti, che si terranno domenica 20 luglio nelle ore pomeridiane”.



Sarà curato (con particolare impegno, molto “al femminile”, di coloro che hanno collaborato con lui nell’Oratorio), ricordo di Fulvio Giusta, scomparso improvvisamente l’inverno scorso, che tanto ha dato, a Mellana e non solo.... Momento gli sarà dedicato anche dopo la Messa “Grande”, nella tarda mattinata di domenica 21. L’esposizione fotografica che gli sarà dedicata riguarda i, “suoi”, “giochi mellanesi”, “....ieri”, a cura di Marinella Bruno e Fiorella Franchino.



Esposizioni aperte venerdì 19, sabato 20 e lunedì 22 dalle 21 alle 23, domenica 21 anche dalle 15 alle 20 (in altri momenti, da sabato a lunedì, a richiesta, al numero 340.3761714)




Il grande sogno dei Gesuiti lungo il Paranà




In collaborazione con la Parrocchia mellanese, nell’anfiteatro dietro l’oratorio (nel sotterraneo del medesimo in caso di maltempo), Ines Revelli Toselli ed Adriano Toselli invitano, venerdì 19 luglio, alle 21, a serata di proiezione di immagini di viaggio in Sud America, tra nord dell’Argentina e sud del Paraguay “Il grande sogno dei Gesuiti lungo il Paranà”. Premettono che il momento non ha velleità artistico-fotografiche ma solo, tra amici, di racconto di una vero “esperimento sociale”, tra i più grandi mai tentati, le Missioni nel territori dei Guarany, di un “altro Mondo” oltre il Mare Oceano... Sarà anche inaugurazione delle esposizioni frazionali, con momento conviviale finale e contributi musicali a cura di Marina Falco ed Elda Giordana.


   Gli angeli barocchi dalla faccia india suonavano nelle chiese della foresta…





 Marina Falco, “Unicità declinate”





Diplomata al Liceo Artistico di Cuneo, si dedica con passione all’acquarello. La sua produzione dopo anni di naturalismo è passata ad un’interpretazione neosimbolista: le pietre, soggetti predominanti delle sue opere, si caricano di sentimenti, memorie ed emozioni, per la pittrice diventano personaggi con cui interagire, presenze attente, esseri che vogliono palpitare di vita.

 “Molto valido lo schema cromatico, caldo, coinvolgente, completo.”, è il giudizio, lusinghiero, del professor Alfredo Maria Barbagallo, critico, certo, a livello nazionale, uno dei maggiori esperti di arte contemporanea.

Attualmente collabora con il Circolo Culturale MAGAU di Cuneo.                                                       

 Dal 1996 espone in esposizioni personali e collettive del territorio in cui vive e non solo, ha partecipato a diverse iniziative in città quali Torino, Ivrea, Roma, Lecce, Piacenza, Portovenere, Nizza, Montecarlo…

In dicembre una sua opera era presente a  “Oggetto libro – Libro d’artista”, nella  “Biblioteca Nazionale Braidense” di Milano.                                                                                                                    

Vive e lavora a Borgo San Dalmazzo.

In autunno (tra il 7 ed il 30 ottobre)  la aspetta una «bi-personale» (insieme a Mario Conte, pittore che le è affine), con i suoi lavori più recenti, nel prestigioso, cuneese, “Palazzo Samone”.

Foto premiate Francesca Barbero: sogno delicato e sereno, metamorfosi in gatto...





mercoledì 24 aprile 2019

Giuseppe Mandia - Morire in un giorno di festa


Morire in un giorno di festa
(a G. G. e G. L. morti sul lavoro il giorno di Pasqua)


Non fa festa la morte. Non conosce fermate né ricorrenze.
Con proditorio spregio ghermisce braccia, gambe, sogni, destini
ogni dì scegliendo la più subdola via per colpire.
Ha sembianze di macchine, cavi elettrici, cisterne,
tettoie, pozzi, impalcature.
S’insinua tra rifugi di buone intenzioni
e protocolli da approvare; faldoni da timbrare
e organizzazioni da verificare;
fogli e intenti spersi tra le caligini
di un tempo che non conosce tempo.
Sbeffeggia leggi che non vincono il suo passo
lente lente riflettendo su come e quando
iniziare la corsa per la vita, per il divenire.
Eppure voi invece repentinamente avevate agito
il vessillo della sicurezza alzato
lasciando in fretta visi gioiosi
la corte di affetti, la tavola colma di abbracci
in quell’ultimo scampolo di aprile che avreste respirato.
È successo in un attimo.
Come deve esser stato atroce così morire.
Un’anomalia quell’esplosione.
È inaccettabile. Lo avevamo detto noi che…
Un coro di voci stampate nel quotidiano che riporta morte.
Disomogeneo impotente esercito di parole
nel rotocalco furioso della morte.
E non rivedranno più queste due giuste anime
la curva morbida abbracciante di un tramonto
il verde vigoroso di un prato in primavera
l’eleganza di un cigno che dispiega le sue ali
il sorriso birichino di un bambino.
Si leva un pianto allucinato
uno strazio che pesca nell’amore le sue reti
mentre una pletora di giacche ben portate
promette giustizia e fine di dolori.
Di là da questi forse
altri due occhi stanno rimanendo orfani.



lunedì 22 aprile 2019

Poesia Daniela Biancotto, terza, cuneese


Sei il mio sogno




Sei nella mia pelle rovente

nel mio sangue impazzito

nel mio cuore palpitante.

Sei il mio sogno più intenso

la prima emozione del mattino

l’ultimo sospiro della sera.

Sei la meraviglia delle mie giornate

il bello di questa vita

la mia dolcezza infinita.

E mi commuovo

se penso

alle tue labbra sorridenti

ai tuoi occhi ridenti

alla tua voce suadente.

E vorrei

volteggiare

finalmente felice

tra le tue amate

braccia

toccando

in estasi

il cielo dei miei sogni.






domenica 21 aprile 2019

Teesti premiati Pietro Baccino - Lingua naturale poesia e prosa


Dai pŕoi u sciò dŕa tera                                                  Dai prati il fiato della terra

                                   

Dai pŕoi u sciò dŕa tera u s’léva sü,                                 Dai prati si alza il fiato della terra,

u rešpiŕ dŕa matîn an s’ŕa ruśò                                        il respiro del mattino sulla rugiada

ch’a cŕöb d’lüštŕîgni l’eŕba ancuŕa vérda                        che copre di lustrini l’erba ancora verde   

e a bagna eŕ give šcüŕe là ‘n t’eŕ camp.                           e bagna le zolle scure là nel campo.

A son rivò d’bun’uŕa a Šchêna d’Ośa,                            Son giunto di buon’ora a Schiena d’Asino,

ŕa ca dande mé poŕe l’è vnü aŕ mond:                            la casa dove mio padre è venuto al mondo:

‘na giurnò d’oŕia fŕešca sênza nivuŕe                              una giornata d’aria fresca senza nuvole

e suta u zé tüŕchîn lüxan ŕ’muntagne                              e sotto il cielo azzurro brillano le montagne

dŕa fióca növa laźǜ a l’oŕiźont.                                       della nuova neve laggiù all’orizzonte.

Müŕaje derucoje, pórte averte,                                        Muri diroccati, porte aperte,

ni ciōv e ni lüchèt u s’veg apeiś;                                     nè chiave, nè lucchetto si vede appeso ; 

u scov l’è ancuŕa dŕič, ma ‘n sciuš e d’vênt,                   il seccatoio è in piedi, ma un soffio di vento,

‘na tŕamuntana fórta a l’cacia an tera.                             una tramontana forte lo getta in terra.

Qui l’a pasò mé poŕe i pŕümi zînc                                   Qui ha trascorso mio padre i primi cinque

bŕüti agni dŕa só vita, sênza moŕe                                   brutti anni della sua vita, senza madre

ch’a ŕ’è mórta quel di quand l’è nasciǜ…                       ch’è morta quel giorno in cui è nato…

‘Na vota ancuŕa a son turnò a zeŕchè                              Una volta ancora son tornato a cercare

su j’è ’n segn ch’a pureisa léź an giŕ:                              se c’è un segno che potrei leggere intorno:

an sŕa štŕo d’fanga in loj u špégia u zé                            sulla strada di fango un lago specchia il cielo

e u po ch’u cianża cun mi ŕa mimóŕia                             e sembra pianger con me la memoria

d’in poveŕ fiö reštò sul an t’eŕ mond.                             d’un povero bambino rimasto solo al mondo.

Ŕa cascîna                                                                   La cascina


            U senté veğ cum i na longa biscia                   Il vecchio sentiero come una lunga biscia
            u traversa ant’eŕ bóšc                                      traversa nel bosco
            aŕ cant deŕ cuc                                                 al canto del cuculo
            e ai bŕagi dŕa gażana,                                      e alle grida della ghiandaia,
            e u riva aŕ cuŕm deŕ bŕic.                                 e giunge in cima alla collina.                       
            Pöi u coŕa d’bót vers i campi                          Poi scende di colpo verso i campi
            d’eŕba fŕanzeiśa abandunoi.                            d’erba francese abbandonati.
            E u s’léva eŕ vent                                            E si leva il vento
            ch’u pórta via eŕ föje d’fó,                              che porta via le foglie di faggio,
            ża mügioie an s’ŕa štŕo,                                   già ammucchiate sulla strada,
            e u pcîna l’eŕba                                                e pettina l’erba
            di loŕghi pŕoi da fen senza ripoŕ.                     dei larghi prati da fieno senza riparo.
            U sciuscia eŕ vent daŕ mo                                Soffia il vento dal mare
            e u puza ŕ’nivuŕe,                                            e spinge le nuvole,
            u pasa suvŕa ’ŕ ca di méi ricórdi,                     passa sopra le case dei miei ricordi,
            u i štŕascîna luntàn                                          li trascina lontano
            che pöi i s’perdan                                            che poi si perdono
            cum u temp pŕópi u fa                                     proprio come il tempo fa
            dŕa nóštŕa vita.                                                della nostra vita.
            L’ oŕia a s’enč                                                 L’aria si riempie
            d’ombre stie chi tŕemuŕan                               d’ombre sottili che tremolano
            senza ŕa fuŕma d’óm.                                      senza la forma d’uomo.
            L’è quel ch’u rešta                                          E’ quello che resta
            dŕa gent e du tŕavaj di agni pasoi:                   della gente e del lavoro degli anni passati:
            siè l’eŕba, tajè ŕ’ legne, fe ŕ’ caŕbon,                falciar l’erba, tagliar la legna, fare il carbone,
            dmuŕese e mangè póc,                                     divertirsi e mangiare poco,
            e sagŕinese                                                       e dispiacersi
            de s’vivi da póvŕ’óm                                       di questo viver da pover’uomo
            fîn a ŕa mórt.                                                   fino alla morte.
           
           
Serè u cérć

Mi a son nasciü a Sana, ma ‘ŕ’me reix i son lasü an sci brichi, lonżi daŕ mo, ant’i pciti paixi cum Giüxvala, u Dé e Pont di Pŕoi, dande i méi vegi i campovan a štent dŕa fatiga e dŕa póca tera. A Giüxvala a son što tŕei agni a u temp dŕa guera ant’ina póvŕa ca a mitò dŕa cuštéŕa. D’quei meixi a sö quel ch’i m’cuntovan mé poŕe e me moŕe e l’inventoŕi d’quel ch’l’è rešto: ŕa štiva a legna cu’i cérci e ŕ’cuverciòn, eŕ fer da štiŕ cun ŕa vegia zenŕ, na burnia d’tera pŕa cuajò e u lum a petŕoli cu’in tóc de štüpîn. Ma u ricórd ciü bel l’è in careghîn ampajò cu’ŕ gambe giüšte pŕópi per mi, che mé poŕe l’ova fo quande ch’a j’eŕa pcit. A ŕa fîn dŕa guera a suma turnoi a Sana, ma tuci j’agni, d’ištò, andovman aŕ paiś ant’ ŕa vegia ca. E mi a pasova u temp an giŕ da na cascîna a l’otŕa e u’m piaxiva pŕópi andè a tŕuvè eŕ veğ Serafîn, ch’u štova a Ca d’Limòn cu’ŕ fij ciǜ żun’. Ancuŕa adès a l’ö davanti a i ögi, ch’u caminova a štent an s’u senté a piese in bujö d’eva an fond a ŕa düx . L’éŕa ’n pó cum in nonu, in veğ amix. U m’cuntova u só viağ in Améŕica e u pŕépaŕova na cupeta vérda dŕa “geŕba” de s’mónd növ. Reŕe vóte u m’parlova, i ögi štŕeci a sentì ménu u duŕù, deŕ fij Giüśèp, mazò dai tedešchi,  gŕama gent, a lüj quaŕantequatŕ, quand a pena u cumenzova ŕa só vita da óm. Serafîn l’ova in can, neiŕ e bel, ma d’póca raża, ch’u bugiova ŕa cua, u me l-cova ŕa man e pöi u vniva via cun mi. A štovman sempŕ’ansèm, u sotova ant’eŕ pŕo e u s’rübatova żü da’r rive a naśè l’odù dŕa lévŕ. Pŕa só sei u j’éŕa l’eva dŕa riâna, pŕa fam, na mica d’pan. Řa seiŕa u’ndova a ca, da u só padŕòn, e u tŕuvova na xata d’pašta a zêna.
Due o tŕe vóte ŕa šmana a caŕova aŕ paiś, an ciaza, ch’a n’è mia na ciaza véŕa, ma u štŕadòn ch’u se xloŕga e u i s’purova żuvè aŕ balòn a pügni. Ovŕa u i pasa du vóte ŕa curiéŕa da Coiŕi aŕ Pont a Coiŕi. A u zimitéŕi ŕa pórta neiŕa d’fer a dŕöb ŕa štóŕia deŕ famije, du temp ch’u n’j’è ciǜ. Du fiŕe d’gażie vege, šcórza a suŕchi, fan ŕa vordia a ŕa géxa, a l’oŕatóŕi, a ŕa šcöŕa, aŕ palaz deŕ cumûn.                  
A ŕa fîn d’l’ištò u s’andova an vegia: a j’éŕman fiöi e’d fóŕe, špuventoi dai versci d’ina zveta e pöi daŕ j’ombre, che ŕa lüx dŕa lanterna a disegnova an s’l’erżi du senté. Cepa ŕa štala e ŕa gent a s’cuntova, stoia an s’ŕa paja, dŕa póca üva fŕóla, deŕ legne da tajè, di fiöi chi van a šcöŕa, deŕ vache, deŕ pupà ch’u ne šta voŕi ben: e u s’cumenzova a špujè ŕ’ gŕanôn.
Son pasoi j’agni e u s’n’andova ciü ant’ ŕa vegia ca, dexmentioia ans’eŕ bŕic. A muntovman sul a u temp di fonżi, quand eŕ bóš-c u s’tenż di söi cuŕui: rusa ŕa cioia, giona ŕa biula a fode gianche, eŕ caštâgne maron e i fói an giaca gŕixa cun ŕa föja cuŕù d’in môn bŕüxò. L’eŕa bel caminè senza špŕescia in meż a j’eŕbuŕi, pištè ŕ’fujàc e vardè u su ch’u monta e u špantìa ŕa só lüx tŕa rama e rama. Cum’u fus’ovŕa, a veg mé poŕe, veğ, ma ancuŕa an sant’uŕa, ch’u purtova u cavàgn du temp dŕa guera tante vóte caŕiò d’anveŕiöi. U’m muštŕova, mé poŕe, i mufôgni e u cöjiva i söi caštagneiŕöi. “Vorda là na cucôna!” Eŕ piaxì dŕa šcuverta l’éŕa na póvŕa dmuŕa, i pasci in pó ciǜ gŕévi, ma i ögi d’in faŕchèt.
E pöi me moŕe  a s’n’è andoia e a ŕa lasciò in vöj  ant’eŕ mé cö:  mi a sent ancuŕa eŕ só caŕeze lgéŕe, a ŕa veg chinoia an s’l’òugia a cüxì pŕeciśa cum eŕ mônie e pöi ch’a m’ bŕaza, i ögi duzi, senza dì na paŕóla: mi, a capiš.  Reštò sul cun mé poŕe, a j’ö deciś ch’l’éŕa temp d’fè quel ch’a vureiva da tanci agni. Mé poŕe u m’parlova, u m’cuntova e mi a šcŕiviva eŕ parole du só dialèt ; e tüci i dì eŕ paŕole i s’mügiovan an’sci föji.  U m’diva, mé poŕe,  ŕa štóŕia dŕa miśéŕia moi finìa deŕ cuntadîn ch’u tŕavaja an giurnò, di arneixi dŕa fatiga, eŕ fer, l’ancuiża, deŕ fen siò d’l’oŕba a seiŕa, du süŕót, deŕ ferle a liè ŕ fascîne, deŕ caštagne da cöj dŕenta aŕ rize cu’ŕ die apzìe.      S’dialèt mi a n’l’ova moi dŕuvò, ma a šcutè eŕ paŕóle d’mé poŕe, a j’ö pensò ch’l’éŕa pŕópi eŕ mé dialèt, na šcuverta tardiva dŕa mé reix,




Chiudere il cerchio

Sono nato a Savona, ma le mie radici sono lassù sulle colline, lungi dal mare, nei piccoli paesi come Giusvalla, Dego, Pontinvrea, dove i miei vecchi campavano a stento della fatica e della scarsa terra. A Giusvalla sono stato tre anni al tempo della guerra in una povera casa a metà del pendio. Di quei mesi so quello che mi raccontavano moi padre e mia madre, e l’inventario di quel che è rimasto : la stufa a legna con i cerchi e il coperchione, il ferro da stiro con la vecchia cenere, una scodella di terracotta per la quagliata e il lume a petrolio con un pezzo di stoppino. Ma il ricvordo più bello è un seggiolino impagliato con le gambe giuste proprio per me, che mio padre aveva costruito quando ero piccolo. Alla fine della guerra siamo tornati a Savona, ma tutti gli anni d’estate andavamo al paese nella vecchia casa. E io passavo il tempo in giro da una cascina all’altra e mi piaceva proprio andare a trovare il vecchio Serafin, che stava a Casa Limone con il figlio più giovane. Ancora adesso l’ho davanti agli occhi, che camminava a stento sul sentiero a prendersi uin secchio d’acqua in fondo alla sorgente. Era un po’ come un nonno, un vecchio amico. Mi raccontava il suo viaggio in America e preparava una tazza verde del « mate » di questo mondo nuovo. Rare volte mi parlava, gli occhi stretti a sentire meno il dolore, del figlio Giuseppe, ammazzato dai Tedeschi, gente cattiva, quando appena cominciava la sua vita da uomo. Serafin aveva un cane, nero e bello ma di razza incerta, che scodinzolava, mi leccava la mano e poi veniva via con me. Stavamo sempre insieme, saltava nel prato e si rotolava giù dalle rive a fiutare l’odore della lepre. Per la sua sete c’era l’acqua del ruscello, per la fame una pagnotta. La sera andava a casa dal suo padrone e trovava un piatto di pasta per cena.
Due o tre volte alla settimana scendevo al paese, in piazza, che non è una vera piazza, ma la strada provinciale che si slarga e ci si poteva giocare a pallapugno. Ora ci passa due volte la corriera da Cairo a Pontinvrea e da Pontinvrea a Cairo. Al cimitero la porta nera di ferro apre la storia delle famiglie, del tempo che non c’è più. Due file di gaggie vecchie, corteccia a solchi, fanno la guardia alla chiesa, all’oratorio, alla scuola, al palazzo comunale.
Alla fine dell’estate si andava in veglia : eravamo bambini da favole, spaventati dai versi d’una civetta e poi dalle ombre che la luce della lanterna disegnava sul bordo del sentiero. Tiepida la stalla e la gente si raccontava, seduta sulla paglia, della poca uva fragola, della legna da tagliere, dei figli che vanno a scuola, delle mucche, del padre che non sta tanto bene : e si cominciava a sfogliare il granturco.  Sono passati gli anni e non si andava più nella vecchia casa, dimenticata sulla collina. Salivamo solo al tempo dei funghi, quando il bosco si tinge dei suoi colori : rosso l’acero, gialla la betulla con le gonne bianche, i castagni marrone e i faggi in giacca grigia con la foglia colore del mattone bruciato. Era bello camminare senza fretta in mezzo agli alberi, pestare il fogliame e guardare il sole che sale e sparge la sua luce tra ramo e ramo. Come fosse adesso, vedo mio padre vecchio, ma ancora lucido, che portava il cesto del tempo di guerra, tante volte riempito di porcini. Mi mostrava, moi padre, i cortinari e raccoglieva il suoi castagnoli. « Guarda là un ovolo ! ». Il piacere della scoperta era un modesto passatempo, i passi un po’ più pesanti, ma gli occhi di un falco.
E poi mia madre se n’è andata e ha lasciato un vuoto nel mio cuore : sento ancora le sue carezze leggere, la vedo chinata sull’ago a cucire precisa come le monache e poi che mi abbraccia, gli occhi dolci, senza dire una parola : io comprendo… Rimasto solo con moi padre, ho deciso che era tempo di fare quel che volevo da tanti anni. Moi padre mi parlava, mi raccontava e io scrivevo le parole del suo dialetto ; e tutti i giorni le parole s’ammucchiavano sui fogli. Mi diceva mio padre la storia della miseria mai finita del contadino che lavora a giornata, degli arnesi della fatica, la falce fienaia, l’incudine, del fieno falciato dall’alba a sera, dell’accetta, dei polloni a legar le fascine, delle castagne da raccogliere nei ricci con dita intirizzite. Non avevo mai usato questo dialetto, ma ascoltando le parole di mio padre ho pensato che era proprio il moi dialetto, una scoperta tardiva della mia radice.












                       

venerdì 12 aprile 2019

“Le-s cianch” (“Lo strappo”) di Luigi Lorenzo Vaira


Lë s-cianch



Na muda ’ncor bela ’d lan-a maròn

a vorìa regaleje mia mare a ’n brav òm

le braje peró a l’avìo già cambià tinta e la giaca,

an vardand-la për bin cò da ’ndrinta,



andoa che la feudra a l’era vnuita pì  fin-a

a l’avìa në s-cianch a l’autëssa dla  schin-a,

ma avzinand-sla a j’euj a l’è vnuje lë sgiaj,

lë s-cianch a la fin … a l’era peui ʼn taj



e alora  a Maria a l’è piaje ’n sospet,

a son piegasse le gambe e a l’è setasse ’n sël let.

Tocand con le man për capì còsa fé,

da travers a la feudra, mama a l’ha sentì 'n papè.



Slarghè ʼn poch lë s-cianch e pijè ʼn man cola litra

a lʼè stàita nʼemossion ch’i stagh nen sì a ditla.

«Mè car Giariòt»,  a scrivìa mè pare,

«Ancheuj 'nt ël tre bòt a l’é passaje ʼl primari



e a lʼha dime, an parland con sò acsan ёd Turin »:

« Ch’a varda monsù ch’i ’ndoma nen bin

a l’é ʼncora pì giàun e a perd sempre pì ’d pèis »

«Ch’am disa dotor » e chièl … «Mach pì doi mèis...»



«Alora Giariòt adess i foma parèj:

mi i  fas  finta ’d gnente ... e ti ’d nen savèj,

i veuj nen che ti ’t piori përché mi i stagh mal,

ansi che bel … s’i pens che a Natal



am lasso vnì a ca da mie masnà e mia Maria,

ma dòp la fin ʼd Gené, quand che mi ’ndareu via

i lo capiss che la strà a sarà tuta ’n salita,

promëtt-me però d’arfete na vita



e a fà nen s’it dovras peui lassè nòstra ca, ma…

fà ʼn manera che ij cit... a l’abio torna ʼn papà ».                                                                              





  

 Lo strappo



Un vestito ancora buono di lana marrone

voleva regalare mia madre a un brav’ uomo

i pantaloni però avevano già cambiato tinta

e la giacca, guardandola bene all’interno,



dove la fodera era diventata più fine

aveva uno strappo all’altezza della schiena,

ma avvicinandosela agli occhi le è venuto un brivido,

lo strappo alla fine era poi un taglio



e allora a Maria è venuto un sospetto

le si son piegate le gambe e si è seduta sul letto.

Toccando con le mani per capire cosa  fare,

attraverso alla fodera mamma ha percepito un foglio.



Allargare un po’ lo strappo e prendere in mano quella lettera

è stata un ‘emozione che non stò a dire

« Mio caro Topino», scriveva mio padre,

oggi verso le tre è passato il primario



e mi ha detto, parlando col suo l’accento di Torino

« Guardi signore che non andiamo bene

è ancora più giallo e perde sempre più peso» –

 « Mi dica dottore »  e lui … « Solo più due mesi ».



« Allora Topino adesso facciamo così:

 io faccio finta di niente … e tu di non sapere

non voglio che tu pianga perché io stò male

 anzi che bello … se penso che a Natale



mi lasciano venire a casa dai miei bimbi e dalla mia Maria,

ma dopo la fine di Gennaio, quando io andrò via…

lo capisco che la strada sarà tutta in salita 

ma promettimi di rifarti una vita



e non importa se dovrai poi lasciare la nostra casa,

ma fa in modo che i bambini abbiano di nuovo un papà.