“Un lupo di mare in taverna”
Le raffiche di vento mordevano feroci, ma Dimitri, barcollando, continuava a camminare, diretto alla taverna Apaghio, il suo porto sicuro. Il meltemi rendeva fiera la bandiera ellenica, ma sferzava anche il suo volto, protetto da una folta barba bianca. Percorse la salita con il respiro affannoso. Non era più un giovane... Con lo sguardo rivolto al mare, scrutava il candore della schiuma delle onde. I flutti, li conosceva bene. Aveva trascorso la vita ad osservare la loro direzione, la loro frequenza e la loro rabbia. Quella, non era proprio giornata da mettersi in mare...Le foglie sollevate dal vento, lo accompagnarono fin sulla soglia della taverna, per poi volare libere, nel cielo terso e dipinto dai caldi colori autunnali. Afferrò la maniglia che cigolò fastidiosamente, richiamando l'attenzione di chi era già rintanato dentro. Aprì e richiuse velocemente la porta dietro di sé, per non cederla alle mani del vento che l'avrebbe di certo sbattuta. “Capitano!” Tutti lo salutarono con un lieve inchino del capo, in segno di rispetto. “Miei cari”..., ricambiò con affetto Dimitri, “Anche oggi sono qua.” Si sedette al solito tavolo a lui riservato. I compagni di un'intera vita presero ciascuno una sedia e si radunarono intorno a lui. Ogni volta che entrava in quella taverna, il capitano si trasformava in un aedo pronto a narrare le proprie gesta. “Yorgos, portami solo gemistà, per favore, oggi voglio star leggero.” Dimitri andava matto per questo piatto greco, preparato con peperoni e pomodori ripieni di riso, insaporiti con erbe aromatiche. “Certo, capitano. Dafne li ha appena preparati. Sapeva che ti sarebbe venuto un languorino...” “Chi mi fa compagnia con un bicchiere di ouzo?” “Io, capitano!” “Io sono già pronto!”, rispose Yorgos, mostrando il bicchiere. Il capitano amava sorseggiare questo liquore dall'inconfondibile aroma di anice. Un bicchiere di ouzo servito con il ghiaccio, donava ristoro d'estate, e senza ghiaccio, scaldava le vene d'inverno. La taverna sorgeva nel centro del paese, costituito da un labirinto di stretti e ripidi vicoli. Aveva tavoli anche all'aperto, sotto un platano secolare che donava la sua preziosa ombra a tutta la piazza. Ma il vento, quel giorno, spingeva con insistenza sulle ossa, costringendo a star dentro. L'interno della taverna, completamente rivestita di legno, era caldo ed accogliente. Il centro della sala era dominato da una stufa a legna in ghisa, pronta a scaldare i cuori nelle fredde giornate invernali. Alle pareti erano appese reti da pesca, insieme a conchiglie di pinna nobilis di dimensioni straordinarie e dall'interno perlaceo. Sembrava quasi di essere a bordo di un peschereccio. Un angolo particolare era dedicato all'immagine di Aghia Theodora, protettrice dei marinai. “Ecco qua i gemistà, mio caro capitano. Li ho preparati con pomodori e peperoni del mio orto. Sono caldissimi. Appena usciti dal forno.” “Grazie, Dafne. Tutto ciò che prepari tu, è squisito.” Yorgos, il proprietario della taverna, e la moglie Dafne, consideravano Dimitri uno di famiglia. Se non si faceva vivo nella taverna anche per un solo giorno, gli telefonavano per assicurarsi che fosse tutto a posto. Non mancava mai da Apaghio e la sua assenza suscitava sempre timori. Assaggiò i peperoni. Nell'aria si diffuse il profumo balsamico delle foglie di menta. “Volevo star leggero, Dafne, ma tu li hai cucinati in modo delizioso. Non credo che mi accontenterò di questi due.” “Mangia pure Dimitri, poi Dafne te ne porterà altri”, lo rassicurò Yorgos, posandogli una mano sulla spalla. “Avete visto il mare? Fa paura. Onde alte almeno quattro metri. Ma quello che mi ha colpito è il colore dell'acqua. Oggi è di un blu scuro, cupo. Come se il mare volesse dare un chiaro avvertimento: “State alla larga.” Quando il mare è così, ragazzi miei, i piedi bisogna tenerli sulla terraferma. Mai sfidare il Gigante blu.” Così Dimitri amava chiamare il mare. Lui, il Gigante blu, lo aveva guardato negli occhi tante volte. Senza mai osare sfidarlo. Solo per capire le sue intenzioni. Lo amava e lo temeva allo stesso tempo. “Ricordo una giornata d'Aprile di tanti anni fa. Eravamo usciti con il mare calmo. All'improvviso si sollevò un vento impetuoso, anticipando di molte ore la tempesta, rispetto alle previsioni meteo. Il Gigante blu divenne spaventoso. Sulla barca tutto si rovesciava e noi stentavamo a stare in piedi.” Dimitri narrava la drammatica vicenda con ardore, facendo rivivere ai commensali le stesse emozioni che lui aveva provato come protagonista. Con il peperone ripieno di riso infilzato nella forchetta, mostrava agli amici il movimento dell'imbarcazione in balia delle onde. Il peperone si era tramutato in una barca che naviga in mezzo ad una tempesta. Nella concitazione del racconto e della simulazione, volarono via alcuni chicchi di riso. Ma questo rese la scena ancora più credibile... Quei granelli di riso nell'aria, riproducevano fedelmente gli schizzi di acqua di mare. “Con noi, quella mattina, era uscita un'altra barca da pesca. Ci tenevamo d'occhio, ma la visibilità era scarsa.” Nel frattempo Dafne aveva portato per tutti un po' di pita, un pane piatto, rotondo e lievitato, a base di farina di grano. “Cosa ne dite marinai, se vi porto qualche ciotola di melitzanosalata, da spalmare sulla pita?” “Ci hai letto nel pensiero”, rispose Panghiotis, un amico d'infanzia di Dimitri, a nome di tutti. Dafne preparava questa prelibata salsa a base di polpa di melanzane, mescolandola con aglio e abbondante yogurt, così da farle assumere una consistenza cremosa. Dopo questa interruzione culinaria, il capitano riprese la parola: “Governavo la nave a fatica. Le onde erano alte e minacciose. Un solo mio errore e avrebbero ribaltato l'imbarcazione. Tra un'onda e l'altra mi facevo il nome del padre tre volte e pregavo Aghia Teodora. Avevo sistemato la sua immagine proprio accanto al timone, affinché la santa mi assistesse sempre durante le manovre. Quando ero un bambino, ricordo che mia madre attendeva mio padre di ritorno da una battuta di pesca, inginocchiata davanti alla statuetta di Aghia Teodora che aveva in camera. E mio padre è morto in casa, nel suo letto, non in mare...Ma arrivò come un fulmine un'onda maledetta, di quelle che ti vogliono inghiottire. Il Gigante blu, quel giorno, ruggiva furente.” I compagni ascoltavano in silenzio. Panghiotis rimase immobile, con la pita cosparsa con copiosa melitzanosalata in mano e la lingua già protesa per gustarla. “Girai il timone a destra, con tutta la forza che avevo nelle braccia e nel corpo. Dovevo assolutamente evitare che l'onda colpisse il fianco della barca, perché l'avrebbe capovolta e sarebbe stata la fine per tutti...Con una manovra veloce e con i motori alla massima potenza, misi la prua davanti a quella furiosa colonna d'acqua che si stava per abbattere su di noi. Dovevo scavalcare quella montagna d'acqua prima che ci ricadesse addosso. Ho guardato negli occhi il Gigante blu, implorando pietà. La mia barca fu risparmiata. L'altra no. La vedemmo sparire, seppellita dalla schiuma spietata e poi ricomparire. Lanciai l'allarme: “Uomini in mare!” Il mio equipaggio corse immediatamente per tentare il salvataggio. Ma in quelle condizioni era quasi impossibile riuscirci e soprattutto, era molto rischioso. Per fortuna prima di finire in acqua avevano indossato i giubbotti di salvataggio. Governavo la barca, mentre dirigevo le operazioni di recupero dei marinai. Gettammo in mare dei salvagenti legati a delle funi. Molti tentativi andarono a vuoto. Ma alla fine...” Dimitri con il bicchiere di ouzo ancora sollevato in aria, per indicare le dimensioni colossali dell'onda, creò volutamente questo momento di tensione. Sapeva di aver catturato l'attenzione, non solo dei suoi cari amici, ma anche degli altri ospiti presenti nella taverna. “Capitano, com'è finita? Li avete salvati?”, chiese impaziente Dafne, che si era fermata con i piatti delle pietanze in mano, rapita dal racconto. “Continuammo senza sosta a tentare lanci con le funi. Non c'era altro modo. Non potevamo avvicinarci troppo a loro: rischiavamo di travolgerli con un mare così furioso. Non ce ne andammo fino a quando non riuscimmo a recuperare tutti e cinque gli uomini finiti in quell'inferno e a farli salire a bordo della nostra barca.” Concluse il racconto buttando giù il sorso di ouzo rimasto e appoggiando in modo teatrale il bicchiere sul tavolo, con un tonfo, un gesto di liberazione dall'angoscia procurata dalla rievocazione della vicenda. Un applauso spontaneo sorse nella taverna. Il capitano con la pita in una mano, e un cucchiaio di melitzanosalata nell'altra, sorrise commosso. “Ci ha protetto Aghia Teodora, quel giorno. Senza il suo aiuto, quei cinque uomini sarebbero morti, ma nemmeno io sarei qui con voi. Non sarei mai riuscito a rientrare nel porto di Trikeri e a portare in salvo tutti i miei marinai. Non dimenticherò mai i volti dei compagni di mare che abbiamo salvato: grondanti di acqua e di terrore. Loro, avevano visto la morte in faccia. Da quel giorno, quando una burrasca era in arrivo, non siamo più usciti in mare. I venti non hanno l'orologio e quando hanno voglia di soffiare... soffiano. Ed il Gigante blu, con il vento, inizia ad agitarsi, a gonfiarsi, fino a scatenarsi come un folle. Quando c'è aria di tempesta, vango il mio orto e guardo bene i miei piedi che calpestano la terra.” “Dimitri, sei stato davvero in gamba”, commentò Yorgos. “Hai salvato cinque vite da morte certa.” “In mare, caro Yorgos, siamo tutti fratelli. E quando un fratello è in pericolo, bisogna tentare di tutto per salvarlo.” “Ciò che hai detto rende onore non solo al Dimitri capitano, ma anche al Dimitri uomo. Direi di festeggiare con loukoumades ed una bottiglia di moschofilero”, propose Yorgos che si era unito alla comitiva. “Al diavolo lo star leggeri!”, esclamò il capitano, lasciandosi piacevolmente corrompere. Tra un po' arriva anche Elpida per chiacchierare con Dafne. Alla mia sposa piacciono molto quelle palline di pasta fritte, ricoperte di miele e cannella. E beve volentieri anche un bicchiere di moschofilero bianco, speziato e fruttato, bella combinazione... Merito del sole del Peloponneso che fa maturare l'uva. Eh la mia Elpida...Ha il cuore grande. Quante volte l'ho trovata al porto ad aspettarmi...Con il vento che la portava via, con la pioggia che la inzuppava. Sceso dalla barca, correvo da lei per dirle: “Sono qui. Sono tornato e sono vivo. Il Gigante blu è stato magnanimo. I suoi occhi erano pieni di lacrime e di paura. Ci voleva un po' di tempo perché si tranquillizzasse.” Proprio in quel momento entrò nella taverna la moglie del capitano: “Buonasera a tutti!” “Finalmente, cara Elpida!”, l'accolse Dafne.”Sei venuta a tenermi compagnia? Il nostro capitano stava parlando proprio di te.” “Di me? Strano...non sono una barca.” Gli amici riuniti intorno a Dimitri si misero a ridere. “Dalle sue parole pare proprio che tu sia la sua barca amata ed inaffondabile”, continuò Dafne. Elpida incrociò lo sguardo del marito e si scambiarono un sorriso pieno di complicità e di tenerezza. Avevano passato la vita insieme. Si erano fidanzati quando erano ancora giovanissimi. Ma essere la moglie di un pescatore non era stato facile. Quando il marito, nel cuore della notte usciva, per raggiungere il porto, si chiedeva sempre se lo avrebbe rivisto. Dimitri la rassicurava. Mentre l'abbracciava per salutarla, con i tre bambini che dormivano ancora nei loro letti, le ricordava: “Invecchieremo insieme.” Quella frase rappresentava per Elpida una promessa. “Capitano, raccontaci un'altra storia. Quella che ci hai appena raccontato, ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso. Ora ne vogliamo una che ci rilassi.” “Insomma, volete una storia della Buonanotte. Aspettate che mangio una di queste frittelle, così mi aiuta a rammentare. Come si fa a resistere a queste leccornie? Impossibile! Sono pronto. Le gare in alto mare con i delfini che vogliono superare la barca. Sembra una favola, ma è la verità. Poi una volta superata, facevano anche un bel salto proprio davanti alla prua, come per prendersi gioco di noi. I delfini sono dei prestigiatori in mare. Compaiono e scompaiono come per magia. Sono davvero uno spettacolo e sono sempre di buon auspicio. Ascoltate questa. Una mattina stendemmo le reti. Dopo alcune ore tornammo per raccoglierle con i pesci intrappolati dentro. Ma almeno due o tre reti erano state bucate ed erano vuote. Alla fine sorpresi una una foca monaca all'opera. Furbamente rompeva le reti per fare una bella scorpacciata di pesci. Quando i miei marinai l'avvistarono, erano pronti ad ucciderla con un arpione.“Fermi!”, gridai. “Come osate uccidere una figlia del Gigante blu? Non vi basta tutto il pesce che ci dona ogni giorno? Cosa dovrebbe fare la foca, secondo voi? Guardare il pesce e poi andare a comprarlo al mercato? Non dimenticate che il mare è la sua casa. E noi in mare siamo solo ospiti.” Capirono e deposero l'arma. La foca monaca...questo meraviglioso mammifero marino che ha ispirato il mito delle sirene. Ma ora brindiamo alle due sirene presenti qui, questa sera. Datemi i bicchieri.” Dimitri versò un dito di moschofilero, iniziando dalla moglie Elpida, proseguendo poi con Dafne e i compagni. Quando tutti ebbero ricevuto il vino, il capitano con un gesto li invitò ad alzare i bicchieri: “Brindiamo alla salute di Dafne, che ci ospita nella sua taverna come fosse casa nostra e alla salute di Elpida, la mia sirena, che mi ha ammaliato con il suo canto melodioso.” Le due donne sorrisero, grate per questo momento a loro dedicato.
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