LE VERITÀ
NASCOSTE
«Tienimi un attimo Papà!»
Con la grazia
consueta, Alessia mi schiaffa in grembo l’urna cineraria. Ale entra in macchina
e la Citroën DS 19 Squalo s’appiattisce sull’asfalto mentre mia sorella comincia
energiche manovre d’assestamento al mio fianco. Guadagna la migliore posizione
sul sedile e resta, a lato, una strisciolina di spazio per Franco. Lo sentiamo vociare
a tono troppo alto per un congiunto mentre si congeda dagli incaricati del
Tempio della Cremazione.
D’una cosa sono contento: Silvia è all’estero, l’ho scongiurata di non rientrare per le esequie e m’ha dato retta. L’imbarazzo causato dai miei fratelli non si dissipa a decenni di distanza dal loro arrivo nella mia vita.
Giovanni, quel
sant’uomo di mio cognato, guida impassibile su per i tornanti che portano al
lago di Carezza. Alessia lo incalza. «Ma non si può andare più forte, insomma?»
A parte il fatto
che le circostanze non sembrano adatte a chissà quali slanci di giovanile
entusiasmo, ci manca solo che la Squalo vada in tilt. Dal primo disastroso
ictus di papà, mi sono incaricato una volta l’anno di tirar fuori questo
gioiello dal garage.
All’occorrenza, la
porto da un meccanico specialista nella manutenzione di macchine d’epoca – o
quasi. Fra pezzi di ricambio e manodopera è un salasso. Ma niente valeva il
sorriso sghembo di papà quando lo caricavamo, io, Silvia e Nancy, la badante
dominicana, sul sedile a fianco del guidatore per il giretto sulla sua Squalo. Avesse
potuto parlare, papà m’avrebbe ossessionato di consigli. Pure ora, dall’urna
sigillata mi pare di percepire un ronzio, un’effervescenza tra le ceneri a ogni
curva; un sobbalzo sgomento a ogni buca.
Povero papà,
quanto ho dovuto battermi per evitarne la demolizione e convincerli a usarla
per l’ultimo viaggio in direzione del lago. M’hanno accontentato, ma è stato un
do ut des.
Ho chiesto per
me solo tre cose: che tenessero giù le grinfie dalla Squalo, che mi lasciassero
la valigetta con la mitica Olivetti lettera 32 e la Agfa Super Silette LK.
Tre oggetti che racchiudono
l’anima di mio padre, e parlano per lui, della sua quieta, malinconica distinzione.
Il mezzo che ci porta verso Carezza fu acquistato con i suoi primi risparmi. «Il
frontale con i fari a mandorla di fine ‘67» ripeteva, quando ancora poteva
parlare.
La Olivetti 32 poi
era un’estensione della sua persona. Ci aveva sfamato per trent’anni,
picchiettando su quei tasti. Ingobbito, alla scrivania del suo microscopico
studio, nel cono di luce della lampada Churchill. Lì nascevano le bozze che
avrebbe portato in redazione.
La lampada, un
regalo di compleanno, sarebbe stata la quarta carta del poker di ricordi che ci
tenevo a conservare. Non sopravvisse alle pallonate dell’augusta progenie di
Franco ed Elide.
Da ultima la sua
Agfa, con la custodia in pelle.
La portava in
ogni escursione, in ogni viaggio, soprattutto prima di sposarsi.
Quando Alessia
disse, spingendomi contro lo stomaco la scatola di cartone a fiori
«Toh, prendi!
L’hai tanto cercata. Beh, su un mobile fa la sua scena», ebbi un moto di pura
gioia.
La vecchia Agfa
mi regalò giorni di suspence infantile. Celava nella panciuta botola del corpo
macchina più di un segreto, in quell’ultimo rullino. Altri due o tre
ruzzolavano senza posa nella scatola stampata a rose enormi, spampanate quanto la
faccia di mia sorella.
Andai a rompere
le scatole a Mario.
A giudicare dai
suoi post sui social, passava una sera a settimana al Fotoclub. Chissà se c’era
ancora, nel suo appartamento da scapolo, lo stanzino adattato a camera oscura.
Non c’era.
«Almeno la tank?»
lo implorai. Sì, ero fortunato: c’era persino un flacone di rivelatore D-76 nuovo,
in cantina.
Quando arrivai,
l’occorrente era già allineato. Forbici, apribottiglie – Mario era troppo
spartano per possedere un apri-rullini – il phon per scaldare la spirale da
mettere nella tank.
Spenta la luce fu
lui a ricordarsi la prima regola del bravo sviluppatore: due minuti al buio, da
bravi, per individuare i punti da dove filtra qualche chiarore nella stanza o apparecchi
con spie lì lì per accendersi da un momento all’altro.
Tutto a posto,
potevamo partire. Mario dopo aver caricato la pellicola nella spirale tagliò il
rocchetto e la mise nella tank. Un modello semplice che accoglieva una spirale per
volta; ora bisognava chiudere l’aggeggio e riaccendere la luce.
Mario preparò la
caraffa graduata di liquido, misurandone la temperatura. La versò nella tank,
si segnò l’ora e avviò un contaminuti per gli spaghetti: il tuffo nel passato
procedeva in piena coerenza.
«Il balletto
però lo fai tu» e mi piazzò in mano la tank «io mi rompo» aggiunse con
disarmante sincerità.
Per un minuto il
recipiente andava scosso con movimento ritmato, a braccia tese. Allo scadere d’ogni
altro mezzo minuto – Mario teneva d’occhio il timer a forma d’uovo sodo –
dovevo scuotere due volte. Gettato il liquido dello sviluppo in bagno, lavammo
con altra acqua.
Fredda, si
raccomandò lui.
«Bravo. Fissiamo,
ok?» mi incitò. Versò il fissaggio finché non traboccò dal buco dell’aggeggio.
Chiuse e ricominciai il mio balletto. Mi prese la tank dalle mani, la poggiò
battendo con enfasi sul tavolo. Forse c’era una ragione tecnica per il gesto –
oltre al tentativo d’impressionare me.
«Apri, dai»
disse infervorato.
«Sì,
ha preso bene» constatò. Io in quel momento non sarei stato in grado di
distinguere una pellicola lattiginosa da un dinosauro. Mario inclinò la tank
sul lavandino, ci infilò un imbuto e risciacquò per mezz’ora, iniziavo a
sentirmi in colpa verso l’ambiente.
Dosò
venti gocce di imbibente come fosse Lexotan, e poi «scuoti, su!».
Riballai.
Gli passai l’aggeggio. Estrasse la spirale, la scrollò con energia per
eliminare l’acqua in eccesso schivando schifato la centrifuga per insalata che
avevo portato da casa.
«Fortuna
che qui l’acqua non è dura, altrimenti toccava alitargli addosso a uno a uno
sui tuoi fotogrammi e passar sopra una cravatta di seta» aggiunse bonario,
mentre sfilava la pellicola dalla spirale. La appese allo stendino agganciato a
un lato della doccia.
Due
mollette da bucato, una sopra e una sotto, per evitare che il negativo si
arricciasse.
Mi
allungò una lente d’ingrandimento e disse «Divertiti!».
Cominciai
a scorrere fotogramma per fotogramma.
Da
come mi raccontò poi, una ventina di secondi e dovette tornare indietro.
Mi
trovò svenuto sul pavimento del bagno.
Gli
altri rullini si rivelarono più misericordiosi, il primo fu una botta tremenda.
Disse
Mario che, ripresomi, mi misi a farfugliare stranezze su un mio vecchio viaggio
in Africa. Imparai svariate cose in Camerun, per esempio a stirare la
biancheria sempre con ferro rovente, e le mutande anche a rovescio, specie
sulle cuciture.
Bisognava
uccidere i parassiti e le loro uova accoccolate in attesa di schiudersi e far
danni.
Altra
raccomandazione fu che, se dovevo o volevo uccidere un serpente, poniamo per
mangiarne poi la carne, c’era un metodo solo. Munirsi d’un robusto bastone e farlo
assaggiare ben bene alla creatura. L’ultima cosa da fare, invece, era usare
un’accetta. Se abbastanza accorti da sfuggire alla testa – tranciata dal corpo
schizzava avanti a mo’ di postuma tagliola – non era detto che la buona sorte durasse
fino a casa. Nei villaggi si tramandano storie su gente che ha fatto a pezzi dei
rettili per poi ficcarne le varie parti in un sacco ed è stata azzannata alla
schiena, attraverso il sacco portato in spalla. I riflessi nervosi delle fauci son
così potenti da scattare anche quando la bestia è morta da un pezzo. Diciamolo:
ero partito per l’Africa da animalista convinto, ne sono tornato molto più
sulla difensiva. Riguardo i fotogrammi del rullino di mio padre, pensai che le
verità nascoste finiscano per comportarsi come le uova dei parassiti o le fauci
dei rettili. Se ne stanno acquattate per un tempo indefinito, poi si schiudono,
oppure scattano in avanti per azzannarti.
Nel
primo fotogramma il lago di Carezza, papà sulla staccionata, felice come di
rado.
In
altre foto, abbracciato a una ragazza dalla fisionomia sconosciuta eppure
familiare.
Graziosa,
minuta, l’espressione intrisa di un garbo irresistibile. Ricordava una
chiesetta di campagna quanto le ragazze d’oggi evocano un centro commerciale durante
i saldi.
Altre
tre istantanee. Mio padre e lei, la silhouette addolcita dalla maternità. Poi loro
due stretti l’un l’altra. Lei, l’aria stanca, reggeva una copertina in cui si
intuiva avvolto un neonato.
Mio
padre, raggiante, abbracciava entrambi.
Nell’ultimo
fotogramma una lapide in granito rosa. Sulla lapide un ritratto, un ovale di
ceramica troppo piccolo per distinguerne i lineamenti.
Un
nome femminile e un cognome piuttosto comuni, e le due date d’obbligo, quella
di morte poco oltre la mia di nascita, 18 settembre 1968.
Ecco
perché. Quel sentirmi ospite di riguardo anziché figlio, quando papà usciva per
andare al lavoro e restavo con sua moglie e i miei fratelli. L’esser servito
sempre per primo. L’ottenere ragione in ogni bisticcio. L’aria trasecolata di
mia “madre” quando Alessia, reduce dalle lezioni d’arti marziali, m’aspettava
girato l’angolo del corridoio per provare nuove mosse a mie spese. Ripresa
neanche avesse fatto lo sgambetto al Papa.
Se
non stavo bene però ad alzarsi di notte per primo era sempre mio padre.
Vaghi
ricordi di pomeriggi al cimitero in cui lui, dopo le visite di rito alle tombe
dei nonni, mi portava davanti a una lapide di granito rosa. M’incoraggiava a
cambiare l’acqua nel vasetto di bronzo e mi dava fiori bianchi da disporvi.
Felice
sgambettavo in mezzo ad angeli, statue e sepolcri, tronfio per l’incarico
assegnato.
Lui
intanto passava il fazzoletto pulito sull’ovale di ceramica, e ci attardavamo lì,
io in ossessivo girotondo intorno al perimetro tombale, lui guardando la lapide
e scuotendo la testa.
Dopo,
in gelateria, si raccomandava non dicessi nulla a casa, ché “sentir parlare di
cimiteri avrebbe rattristato gli altri”.
Ecco
perché quell’essere evasivi sulla data di nozze, nove mesi dopo la mia nascita.
Il trasferimento a un centinaio di chilometri dal paese d’origine dopo essersi
sposati.
E
io che m’ero fissato d’essere un “figlio dell’amore”: una certa bellezza il
premio di consolazione per i nati fuori dal matrimonio, si diceva una volta.
In
più, l’investimento in termini d’aspettative sempre a mio carico. Per me, la
laurea in ingegneria. Per Franco, il diploma di geometra. Mia “madre” con le
amiche, convinta d’esser ascoltata da loro soltanto, ne parlava come di un
possibile lasciapassare per la Nasa.
Quando le chiedevano «E Alberto?» «Oh,
bene, bene» e cambiava in fretta discorso.
Che dire papà? Ecco il tuo lago, più nostro
in realtà che di Franco e Alessia.
Non ho detto niente. Neppure a Silvia. Non
recrimino e non ti biasimo, sai.
Chissà che mi sarei inventato io, vedovo
a neppure trent’anni e con un neonato da crescere.
Lo so che l’hai amata, basta questo,
anzi è già tanto.
L’espressione irriverente di Alessia
pare dire “Su! Che aspetti a vuotare l’urna in acqua?”.
Giovanni sosta tre passi indietro.
Franco pare più interessato al barcaiolo a una decina di metri da noi. O mi
decido o andrà ad attaccare bottone anche con lui.
È ora di mettere in pratica le parole
dell’oncologa.
Nell’ultima settimana insieme, passata
accanto notte e giorno, mi disse «Non faccia così» poggiandomi una mano sulla
spalla.
«Ho visto questa situazione molte volte.
Lo sentono, sa? Se capiscono che non siete pronti, non riescono a staccarsi.»
Annuii, ma tenendoti strette le dita
esangui. Non m’importava che un’estranea mi vedesse piangere. Lei, passata d’improvviso
al tu, chiese in un sussurro «L’hai amato?»
«Sì», risposi senza esitare. Lo stesso tipo
di sì detto in chiesa a Silvia, tanto tempo fa.
Cercai di guardar negli occhi la
dottoressa, un camice bianco che fluttuava in un turbine salato.
Da lontano m’arrivarono le sue parole,
cui terrò fede adesso.
Malinconica, mi strinse la spalla per
darmi coraggio. «E allora… Lascialo andare».
Patrizia Birtolo
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