giovedì 9 luglio 2026

Patrizia Birtolo - Giussano (Monza Brianza) - Segnalata prose

 



LE VERITÀ NASCOSTE


«Tienimi un attimo Papà!»

Con la grazia consueta, Alessia mi schiaffa in grembo l’urna cineraria. Ale entra in macchina e la Citroën DS 19 Squalo s’appiattisce sull’asfalto mentre mia sorella comincia energiche manovre d’assestamento al mio fianco. Guadagna la migliore posizione sul sedile e resta, a lato, una strisciolina di spazio per Franco. Lo sentiamo vociare a tono troppo alto per un congiunto mentre si congeda dagli incaricati del Tempio della Cremazione.

D’una cosa sono contento: Silvia è all’estero, l’ho scongiurata di non rientrare per le esequie e m’ha dato retta. L’imbarazzo causato dai miei fratelli non si dissipa a decenni di distanza dal loro arrivo nella mia vita. 

Giovanni, quel sant’uomo di mio cognato, guida impassibile su per i tornanti che portano al lago di Carezza. Alessia lo incalza. «Ma non si può andare più forte, insomma?»

A parte il fatto che le circostanze non sembrano adatte a chissà quali slanci di giovanile entusiasmo, ci manca solo che la Squalo vada in tilt. Dal primo disastroso ictus di papà, mi sono incaricato una volta l’anno di tirar fuori questo gioiello dal garage.

All’occorrenza, la porto da un meccanico specialista nella manutenzione di macchine d’epoca – o quasi. Fra pezzi di ricambio e manodopera è un salasso. Ma niente valeva il sorriso sghembo di papà quando lo caricavamo, io, Silvia e Nancy, la badante dominicana, sul sedile a fianco del guidatore per il giretto sulla sua Squalo. Avesse potuto parlare, papà m’avrebbe ossessionato di consigli. Pure ora, dall’urna sigillata mi pare di percepire un ronzio, un’effervescenza tra le ceneri a ogni curva; un sobbalzo sgomento a ogni buca.

Povero papà, quanto ho dovuto battermi per evitarne la demolizione e convincerli a usarla per l’ultimo viaggio in direzione del lago. M’hanno accontentato, ma è stato un do ut des.

Ho chiesto per me solo tre cose: che tenessero giù le grinfie dalla Squalo, che mi lasciassero la valigetta con la mitica Olivetti lettera 32 e la Agfa Super Silette LK.

Tre oggetti che racchiudono l’anima di mio padre, e parlano per lui, della sua quieta, malinconica distinzione. Il mezzo che ci porta verso Carezza fu acquistato con i suoi primi risparmi. «Il frontale con i fari a mandorla di fine ‘67» ripeteva, quando ancora poteva parlare.

La Olivetti 32 poi era un’estensione della sua persona. Ci aveva sfamato per trent’anni, picchiettando su quei tasti. Ingobbito, alla scrivania del suo microscopico studio, nel cono di luce della lampada Churchill. Lì nascevano le bozze che avrebbe portato in redazione.

La lampada, un regalo di compleanno, sarebbe stata la quarta carta del poker di ricordi che ci tenevo a conservare. Non sopravvisse alle pallonate dell’augusta progenie di Franco ed Elide.

Da ultima la sua Agfa, con la custodia in pelle.

La portava in ogni escursione, in ogni viaggio, soprattutto prima di sposarsi.

Quando Alessia disse, spingendomi contro lo stomaco la scatola di cartone a fiori

«Toh, prendi! L’hai tanto cercata. Beh, su un mobile fa la sua scena», ebbi un moto di pura gioia.

La vecchia Agfa mi regalò giorni di suspence infantile. Celava nella panciuta botola del corpo macchina più di un segreto, in quell’ultimo rullino. Altri due o tre ruzzolavano senza posa nella scatola stampata a rose enormi, spampanate quanto la faccia di mia sorella.

 

Andai a rompere le scatole a Mario.

A giudicare dai suoi post sui social, passava una sera a settimana al Fotoclub. Chissà se c’era ancora, nel suo appartamento da scapolo, lo stanzino adattato a camera oscura.

Non c’era.

«Almeno la tank?» lo implorai. Sì, ero fortunato: c’era persino un flacone di rivelatore D-76 nuovo, in cantina.

Quando arrivai, l’occorrente era già allineato. Forbici, apribottiglie – Mario era troppo spartano per possedere un apri-rullini – il phon per scaldare la spirale da mettere nella tank.

Spenta la luce fu lui a ricordarsi la prima regola del bravo sviluppatore: due minuti al buio, da bravi, per individuare i punti da dove filtra qualche chiarore nella stanza o apparecchi con spie lì lì per accendersi da un momento all’altro.

Tutto a posto, potevamo partire. Mario dopo aver caricato la pellicola nella spirale tagliò il rocchetto e la mise nella tank. Un modello semplice che accoglieva una spirale per volta; ora bisognava chiudere l’aggeggio e riaccendere la luce.

Mario preparò la caraffa graduata di liquido, misurandone la temperatura. La versò nella tank, si segnò l’ora e avviò un contaminuti per gli spaghetti: il tuffo nel passato procedeva in piena coerenza.

«Il balletto però lo fai tu» e mi piazzò in mano la tank «io mi rompo» aggiunse con disarmante sincerità.

Per un minuto il recipiente andava scosso con movimento ritmato, a braccia tese. Allo scadere d’ogni altro mezzo minuto – Mario teneva d’occhio il timer a forma d’uovo sodo – dovevo scuotere due volte. Gettato il liquido dello sviluppo in bagno, lavammo con altra acqua.

Fredda, si raccomandò lui.

«Bravo. Fissiamo, ok?» mi incitò. Versò il fissaggio finché non traboccò dal buco dell’aggeggio. Chiuse e ricominciai il mio balletto. Mi prese la tank dalle mani, la poggiò battendo con enfasi sul tavolo. Forse c’era una ragione tecnica per il gesto – oltre al tentativo d’impressionare me.

«Apri, dai» disse infervorato.

«Sì, ha preso bene» constatò. Io in quel momento non sarei stato in grado di distinguere una pellicola lattiginosa da un dinosauro. Mario inclinò la tank sul lavandino, ci infilò un imbuto e risciacquò per mezz’ora, iniziavo a sentirmi in colpa verso l’ambiente.

Dosò venti gocce di imbibente come fosse Lexotan, e poi «scuoti, su!».

Riballai. Gli passai l’aggeggio. Estrasse la spirale, la scrollò con energia per eliminare l’acqua in eccesso schivando schifato la centrifuga per insalata che avevo portato da casa.

«Fortuna che qui l’acqua non è dura, altrimenti toccava alitargli addosso a uno a uno sui tuoi fotogrammi e passar sopra una cravatta di seta» aggiunse bonario, mentre sfilava la pellicola dalla spirale. La appese allo stendino agganciato a un lato della doccia.

Due mollette da bucato, una sopra e una sotto, per evitare che il negativo si arricciasse.

Mi allungò una lente d’ingrandimento e disse «Divertiti!».

Cominciai a scorrere fotogramma per fotogramma.

Da come mi raccontò poi, una ventina di secondi e dovette tornare indietro.

Mi trovò svenuto sul pavimento del bagno.

 

 

Gli altri rullini si rivelarono più misericordiosi, il primo fu una botta tremenda.

Disse Mario che, ripresomi, mi misi a farfugliare stranezze su un mio vecchio viaggio in Africa. Imparai svariate cose in Camerun, per esempio a stirare la biancheria sempre con ferro rovente, e le mutande anche a rovescio, specie sulle cuciture.

Bisognava uccidere i parassiti e le loro uova accoccolate in attesa di schiudersi e far danni.

Altra raccomandazione fu che, se dovevo o volevo uccidere un serpente, poniamo per mangiarne poi la carne, c’era un metodo solo. Munirsi d’un robusto bastone e farlo assaggiare ben bene alla creatura. L’ultima cosa da fare, invece, era usare un’accetta. Se abbastanza accorti da sfuggire alla testa – tranciata dal corpo schizzava avanti a mo’ di postuma tagliola – non era detto che la buona sorte durasse fino a casa. Nei villaggi si tramandano storie su gente che ha fatto a pezzi dei rettili per poi ficcarne le varie parti in un sacco ed è stata azzannata alla schiena, attraverso il sacco portato in spalla. I riflessi nervosi delle fauci son così potenti da scattare anche quando la bestia è morta da un pezzo. Diciamolo: ero partito per l’Africa da animalista convinto, ne sono tornato molto più sulla difensiva. Riguardo i fotogrammi del rullino di mio padre, pensai che le verità nascoste finiscano per comportarsi come le uova dei parassiti o le fauci dei rettili. Se ne stanno acquattate per un tempo indefinito, poi si schiudono, oppure scattano in avanti per azzannarti.

 

Nel primo fotogramma il lago di Carezza, papà sulla staccionata, felice come di rado.

In altre foto, abbracciato a una ragazza dalla fisionomia sconosciuta eppure familiare.

Graziosa, minuta, l’espressione intrisa di un garbo irresistibile. Ricordava una chiesetta di campagna quanto le ragazze d’oggi evocano un centro commerciale durante i saldi.

Altre tre istantanee. Mio padre e lei, la silhouette addolcita dalla maternità. Poi loro due stretti l’un l’altra. Lei, l’aria stanca, reggeva una copertina in cui si intuiva avvolto un neonato.

Mio padre, raggiante, abbracciava entrambi.

Nell’ultimo fotogramma una lapide in granito rosa. Sulla lapide un ritratto, un ovale di ceramica troppo piccolo per distinguerne i lineamenti.

Un nome femminile e un cognome piuttosto comuni, e le due date d’obbligo, quella di morte poco oltre la mia di nascita, 18 settembre 1968.

Ecco perché. Quel sentirmi ospite di riguardo anziché figlio, quando papà usciva per andare al lavoro e restavo con sua moglie e i miei fratelli. L’esser servito sempre per primo. L’ottenere ragione in ogni bisticcio. L’aria trasecolata di mia “madre” quando Alessia, reduce dalle lezioni d’arti marziali, m’aspettava girato l’angolo del corridoio per provare nuove mosse a mie spese. Ripresa neanche avesse fatto lo sgambetto al Papa.

Se non stavo bene però ad alzarsi di notte per primo era sempre mio padre.

Vaghi ricordi di pomeriggi al cimitero in cui lui, dopo le visite di rito alle tombe dei nonni, mi portava davanti a una lapide di granito rosa. M’incoraggiava a cambiare l’acqua nel vasetto di bronzo e mi dava fiori bianchi da disporvi.

Felice sgambettavo in mezzo ad angeli, statue e sepolcri, tronfio per l’incarico assegnato.

Lui intanto passava il fazzoletto pulito sull’ovale di ceramica, e ci attardavamo lì, io in ossessivo girotondo intorno al perimetro tombale, lui guardando la lapide e scuotendo la testa.

Dopo, in gelateria, si raccomandava non dicessi nulla a casa, ché “sentir parlare di cimiteri avrebbe rattristato gli altri”.

Ecco perché quell’essere evasivi sulla data di nozze, nove mesi dopo la mia nascita. Il trasferimento a un centinaio di chilometri dal paese d’origine dopo essersi sposati.

E io che m’ero fissato d’essere un “figlio dell’amore”: una certa bellezza il premio di consolazione per i nati fuori dal matrimonio, si diceva una volta.

In più, l’investimento in termini d’aspettative sempre a mio carico. Per me, la laurea in ingegneria. Per Franco, il diploma di geometra. Mia “madre” con le amiche, convinta d’esser ascoltata da loro soltanto, ne parlava come di un possibile lasciapassare per la Nasa.

 

 

Quando le chiedevano «E Alberto?» «Oh, bene, bene» e cambiava in fretta discorso.

 

Che dire papà? Ecco il tuo lago, più nostro in realtà che di Franco e Alessia.

Non ho detto niente. Neppure a Silvia. Non recrimino e non ti biasimo, sai.

Chissà che mi sarei inventato io, vedovo a neppure trent’anni e con un neonato da crescere.

Lo so che l’hai amata, basta questo, anzi è già tanto.

 

L’espressione irriverente di Alessia pare dire “Su! Che aspetti a vuotare l’urna in acqua?”.

Giovanni sosta tre passi indietro. Franco pare più interessato al barcaiolo a una decina di metri da noi. O mi decido o andrà ad attaccare bottone anche con lui.

È ora di mettere in pratica le parole dell’oncologa.

Nell’ultima settimana insieme, passata accanto notte e giorno, mi disse «Non faccia così» poggiandomi una mano sulla spalla.

«Ho visto questa situazione molte volte. Lo sentono, sa? Se capiscono che non siete pronti, non riescono a staccarsi.»

Annuii, ma tenendoti strette le dita esangui. Non m’importava che un’estranea mi vedesse piangere. Lei, passata d’improvviso al tu, chiese in un sussurro «L’hai amato?»

«Sì», risposi senza esitare. Lo stesso tipo di sì detto in chiesa a Silvia, tanto tempo fa.

Cercai di guardar negli occhi la dottoressa, un camice bianco che fluttuava in un turbine salato.

Da lontano m’arrivarono le sue parole, cui terrò fede adesso.

Malinconica, mi strinse la spalla per darmi coraggio. «E allora… Lascialo andare».

 

 Patrizia Birtolo


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