mercoledì 8 luglio 2026

Mariacristina Neri - Rimini - Terza classificata prose

 


“Un lupo di mare in taverna”

Le raffiche di vento mordevano feroci, ma Dimitri, barcollando, continuava a camminare, diretto alla taverna Apaghio, il suo porto sicuro. Il meltemi rendeva fiera la bandiera ellenica, ma sferzava anche il suo volto, protetto da una folta barba bianca. Percorse la salita con il respiro affannoso. Non era più un giovane... Con lo sguardo rivolto al mare, scrutava il candore della schiuma delle onde. I flutti, li conosceva bene. Aveva trascorso la vita ad osservare la loro direzione, la loro frequenza e la loro rabbia. Quella, non era proprio giornata da mettersi in mare...Le foglie sollevate dal vento, lo accompagnarono fin sulla soglia della taverna, per poi volare libere, nel cielo terso e dipinto dai caldi colori autunnali. Afferrò la maniglia che cigolò fastidiosamente, richiamando l'attenzione di chi era già rintanato dentro. Aprì e richiuse velocemente la porta dietro di sé, per non cederla alle mani del vento che l'avrebbe di certo sbattuta. “Capitano!” Tutti lo salutarono con un lieve inchino del capo, in segno di rispetto. “Miei cari”..., ricambiò con affetto Dimitri, “Anche oggi sono qua.” Si sedette al solito tavolo a lui riservato. I compagni di un'intera vita presero ciascuno una sedia e si radunarono intorno a lui. Ogni volta che entrava in quella taverna, il capitano si trasformava in un aedo pronto a narrare le proprie gesta. “Yorgos, portami solo gemistà, per favore, oggi voglio star leggero.” Dimitri andava matto per questo piatto greco, preparato con peperoni e pomodori ripieni di riso, insaporiti con erbe aromatiche. “Certo, capitano. Dafne li ha appena preparati. Sapeva che ti sarebbe venuto un  languorino...” “Chi mi fa compagnia con un bicchiere di ouzo?” “Io, capitano!” “Io sono già pronto!”, rispose Yorgos, mostrando il bicchiere. Il capitano amava sorseggiare questo liquore dall'inconfondibile aroma di anice. Un bicchiere di ouzo servito con il ghiaccio, donava ristoro d'estate, e senza ghiaccio, scaldava le vene d'inverno. La taverna sorgeva nel centro del paese, costituito da un labirinto di stretti e ripidi vicoli. Aveva tavoli anche all'aperto, sotto un platano secolare che donava la sua preziosa ombra a tutta la piazza. Ma il vento, quel giorno, spingeva con insistenza sulle ossa, costringendo a star dentro. L'interno della taverna, completamente rivestita di legno, era caldo ed accogliente. Il centro della sala era dominato da una stufa a legna in ghisa, pronta a scaldare i cuori nelle fredde giornate invernali. Alle pareti erano appese reti da pesca, insieme a conchiglie di pinna nobilis di dimensioni straordinarie e dall'interno perlaceo. Sembrava quasi di essere a bordo di un peschereccio. Un angolo particolare era dedicato all'immagine di Aghia Theodora, protettrice dei marinai. “Ecco qua i gemistà, mio caro capitano. Li ho preparati con pomodori e peperoni del mio orto. Sono caldissimi. Appena usciti dal forno.” “Grazie, Dafne. Tutto ciò che prepari tu, è squisito.” Yorgos, il proprietario della taverna, e la moglie Dafne, consideravano Dimitri uno di famiglia. Se non si faceva vivo nella taverna anche per un solo giorno, gli telefonavano per assicurarsi che fosse tutto a posto. Non mancava mai da Apaghio e la sua assenza suscitava sempre timori. Assaggiò i peperoni. Nell'aria si diffuse il profumo balsamico delle foglie di menta. “Volevo star leggero, Dafne, ma tu li hai cucinati in modo delizioso. Non credo che mi accontenterò di questi due.” “Mangia pure Dimitri, poi Dafne te ne porterà altri”, lo rassicurò Yorgos, posandogli una mano sulla spalla. “Avete visto il mare? Fa paura. Onde alte almeno quattro metri. Ma quello che mi ha colpito è il colore dell'acqua. Oggi è di un blu scuro, cupo. Come se il mare volesse dare un chiaro avvertimento: “State alla larga.” Quando il mare è così, ragazzi miei, i piedi bisogna tenerli sulla terraferma. Mai sfidare il Gigante blu.” Così Dimitri amava chiamare il mare. Lui, il Gigante blu, lo aveva guardato negli occhi tante volte. Senza mai osare sfidarlo. Solo per capire le sue intenzioni. Lo amava e lo temeva allo stesso tempo. “Ricordo una giornata d'Aprile di tanti anni fa. Eravamo usciti con il mare calmo. All'improvviso si sollevò un vento impetuoso, anticipando di molte ore la tempesta, rispetto alle previsioni meteo. Il Gigante blu divenne spaventoso. Sulla barca tutto si rovesciava e noi stentavamo a stare in piedi.” Dimitri narrava la drammatica vicenda con ardore, facendo rivivere ai commensali le stesse emozioni che lui aveva provato come protagonista. Con il peperone ripieno di riso infilzato nella forchetta, mostrava agli amici il movimento dell'imbarcazione in balia delle onde. Il peperone si era tramutato in una barca che naviga in mezzo ad una tempesta. Nella concitazione del racconto e della simulazione, volarono via alcuni chicchi di riso. Ma questo rese la scena ancora più credibile... Quei granelli di riso nell'aria, riproducevano fedelmente gli schizzi di acqua di mare. “Con noi, quella mattina, era uscita un'altra barca da pesca. Ci tenevamo d'occhio, ma la visibilità era scarsa.” Nel frattempo Dafne aveva portato per tutti un po' di pita, un pane piatto, rotondo e lievitato, a base di farina di grano. “Cosa ne dite marinai, se vi porto qualche ciotola di melitzanosalata, da spalmare sulla pita?” “Ci hai letto nel pensiero”, rispose Panghiotis, un amico d'infanzia di Dimitri, a nome di tutti. Dafne preparava questa prelibata salsa a base di polpa di melanzane, mescolandola con aglio e abbondante yogurt, così da farle assumere una consistenza cremosa. Dopo questa interruzione culinaria, il capitano riprese la parola: “Governavo la nave a fatica. Le onde erano alte e  minacciose. Un solo mio errore e avrebbero ribaltato l'imbarcazione. Tra un'onda e l'altra mi facevo il nome del padre tre volte e pregavo Aghia Teodora. Avevo sistemato la sua immagine proprio accanto al timone, affinché la santa mi assistesse sempre durante le manovre. Quando ero un bambino, ricordo che mia madre attendeva mio padre di ritorno da una battuta di pesca, inginocchiata davanti alla statuetta di Aghia Teodora che aveva in camera. E mio padre è morto in casa, nel suo letto, non in mare...Ma arrivò come un fulmine un'onda maledetta, di quelle che ti vogliono inghiottire. Il Gigante blu, quel giorno, ruggiva furente.” I compagni ascoltavano in silenzio. Panghiotis rimase immobile, con la pita cosparsa con copiosa melitzanosalata in mano e la lingua già protesa per gustarla. “Girai il timone a destra, con tutta la forza che avevo nelle braccia e nel corpo. Dovevo assolutamente evitare che l'onda colpisse il fianco della barca, perché l'avrebbe capovolta e sarebbe stata la fine per tutti...Con una manovra veloce e con i motori alla massima potenza, misi la prua davanti a quella furiosa colonna d'acqua che si stava per abbattere su di noi. Dovevo scavalcare quella montagna d'acqua prima che ci ricadesse addosso. Ho guardato negli occhi il Gigante blu, implorando pietà. La mia barca fu risparmiata. L'altra no. La vedemmo sparire, seppellita dalla schiuma spietata e poi ricomparire. Lanciai l'allarme: “Uomini in mare!” Il mio equipaggio corse immediatamente per tentare il salvataggio. Ma in quelle condizioni era quasi impossibile riuscirci e soprattutto, era molto rischioso. Per fortuna prima di finire in acqua avevano indossato i giubbotti di salvataggio. Governavo la barca, mentre dirigevo le operazioni di recupero dei marinai. Gettammo in mare dei salvagenti legati a delle funi. Molti tentativi andarono a vuoto. Ma alla fine...” Dimitri con il bicchiere di ouzo ancora sollevato in aria, per indicare le dimensioni colossali dell'onda, creò volutamente questo momento di tensione. Sapeva di aver catturato l'attenzione, non solo dei suoi cari amici, ma anche degli altri ospiti presenti nella taverna. “Capitano, com'è finita? Li avete salvati?”, chiese impaziente Dafne, che si era fermata con i piatti delle pietanze in mano, rapita dal racconto. “Continuammo senza sosta a tentare lanci con le funi. Non c'era altro modo. Non potevamo avvicinarci troppo a loro: rischiavamo di travolgerli con un mare così furioso. Non ce ne andammo fino a quando non riuscimmo a recuperare tutti e cinque gli uomini finiti in quell'inferno e a farli salire a bordo della nostra barca.” Concluse il racconto buttando giù il sorso di ouzo rimasto e appoggiando in modo teatrale il bicchiere sul tavolo, con un tonfo, un gesto di liberazione dall'angoscia procurata dalla rievocazione della vicenda. Un applauso spontaneo sorse nella taverna. Il capitano con la pita in una mano, e un cucchiaio di melitzanosalata nell'altra, sorrise commosso. “Ci ha protetto Aghia Teodora, quel giorno. Senza il suo aiuto, quei cinque uomini sarebbero morti, ma nemmeno io sarei qui con voi. Non sarei mai riuscito a rientrare nel porto di Trikeri e a portare in salvo tutti i miei marinai. Non dimenticherò mai i volti dei compagni di mare che abbiamo salvato: grondanti di acqua e di terrore. Loro, avevano visto la morte in faccia.  Da quel giorno, quando una burrasca era in arrivo, non siamo più usciti in mare. I venti non hanno l'orologio e quando hanno voglia di soffiare... soffiano. Ed il Gigante blu, con il vento, inizia ad agitarsi, a gonfiarsi, fino a scatenarsi come un folle. Quando c'è aria di tempesta, vango il mio orto e guardo bene i miei piedi che calpestano la terra.” “Dimitri, sei stato davvero in gamba”, commentò Yorgos. “Hai salvato cinque vite da morte certa.” “In mare, caro Yorgos, siamo tutti fratelli. E quando un fratello è in pericolo, bisogna tentare di tutto per salvarlo.” “Ciò che hai detto rende onore non solo al Dimitri capitano, ma anche al Dimitri uomo. Direi di festeggiare con loukoumades ed una bottiglia di moschofilero”, propose Yorgos che si era unito alla comitiva. “Al diavolo lo star leggeri!”, esclamò il capitano, lasciandosi piacevolmente corrompere. Tra un po' arriva anche Elpida per chiacchierare con Dafne. Alla mia sposa piacciono molto quelle palline di pasta fritte, ricoperte di miele e cannella. E beve volentieri anche un bicchiere di moschofilero bianco, speziato e fruttato, bella combinazione... Merito del sole del Peloponneso che fa maturare l'uva. Eh la mia Elpida...Ha il cuore grande. Quante volte l'ho trovata al porto ad aspettarmi...Con il vento che la portava via, con la pioggia che la inzuppava. Sceso dalla barca, correvo da lei per dirle: “Sono qui. Sono tornato e sono vivo. Il Gigante blu è stato magnanimo. I suoi occhi erano pieni di lacrime e di paura. Ci voleva un po' di tempo perché si tranquillizzasse.” Proprio in quel momento entrò nella taverna la moglie del capitano: “Buonasera a tutti!”  “Finalmente, cara Elpida!”, l'accolse Dafne.”Sei venuta a tenermi compagnia? Il nostro capitano stava parlando proprio di te.” “Di me? Strano...non sono una barca.” Gli amici riuniti intorno a Dimitri si misero a ridere. “Dalle sue parole pare proprio che tu sia la sua barca amata ed inaffondabile”, continuò Dafne. Elpida incrociò lo sguardo del marito e si scambiarono un sorriso pieno di complicità e di tenerezza. Avevano passato la vita insieme. Si erano fidanzati quando erano ancora giovanissimi. Ma essere la moglie di un pescatore non era stato facile. Quando il marito, nel cuore della notte usciva, per raggiungere il porto, si chiedeva sempre se lo avrebbe rivisto. Dimitri la rassicurava. Mentre l'abbracciava per salutarla, con i tre bambini che dormivano ancora nei loro letti, le ricordava: “Invecchieremo insieme.” Quella frase rappresentava per Elpida una promessa. “Capitano, raccontaci un'altra storia. Quella che ci hai appena raccontato, ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso. Ora ne vogliamo una che ci rilassi.” “Insomma, volete una storia della Buonanotte. Aspettate che mangio una di queste frittelle, così mi aiuta a rammentare. Come si fa a resistere a queste leccornie? Impossibile! Sono pronto. Le gare in alto mare con i delfini che vogliono superare la barca. Sembra una favola, ma è la verità. Poi una volta superata, facevano anche un bel salto proprio davanti alla prua, come per prendersi gioco di noi. I delfini sono dei prestigiatori in mare. Compaiono e scompaiono come per magia. Sono davvero uno spettacolo e sono sempre di buon auspicio. Ascoltate questa. Una mattina stendemmo le reti. Dopo alcune ore tornammo per raccoglierle con i pesci intrappolati dentro. Ma almeno due o tre reti erano state bucate ed erano vuote. Alla fine sorpresi una una foca monaca all'opera. Furbamente rompeva le reti per fare una bella scorpacciata di pesci. Quando i miei marinai l'avvistarono, erano pronti ad ucciderla con un arpione.“Fermi!”, gridai. “Come osate uccidere una figlia del Gigante blu? Non vi basta tutto il pesce che ci dona ogni giorno? Cosa dovrebbe fare la foca, secondo voi? Guardare il pesce e  poi andare a comprarlo al mercato? Non dimenticate che il mare è la sua casa. E noi in mare siamo solo ospiti.” Capirono e deposero l'arma. La foca monaca...questo meraviglioso mammifero marino che ha ispirato il mito delle sirene. Ma ora brindiamo alle due sirene presenti qui, questa sera. Datemi i bicchieri.” Dimitri versò un dito di moschofilero, iniziando dalla moglie Elpida, proseguendo poi con Dafne e i compagni. Quando tutti ebbero ricevuto il vino, il capitano con un gesto li invitò ad alzare i bicchieri: “Brindiamo alla salute di Dafne, che ci ospita nella sua taverna come fosse casa nostra e alla salute di Elpida, la mia sirena, che mi ha ammaliato con il suo canto melodioso.” Le due donne sorrisero, grate per questo momento a loro dedicato.



Luigi Lorenzo Vaira - Sommariva del Bosco (Cuneo) - Secondo classificato prose





Da n’àutra part

 

La pì granda part ëd le fàule a ʼncamin-a con “tanti, tanti ani fa”, ma costa-sì a l’é diferenta da già ch’a parla pròpi dël di d’ancheuj e miraco a podrìa esse manch tant anventà.

Tut a l’é prinsipià ʼnt la sitàʼ d Turin anté che doi ëspos, Nesto e Clara, a vivìo travajand ant un ëd coj “super” mercà modern con tante cite boteghe ch’a fan da curnis a j’atività pì ʼmportante coma cole ʼd vende ròba da mangé, da vestisse e tut lòn ch’a serv për fé polid ant le ca dij client.

Nesto a l’avìa pro ʼmprendù bin ël travaj ëd calié da sò grand ch’a fasìa cont ëd feje arlevé la botega, ma për maleur, dòp che la costuma ʼd dovré scarpe ch’a peusso nen arsolesse a l’avìa pijà pé cò a Turin, ij client a sarìo stàit tròp pòchi për përmëttje ʼd paghé sia le taje che ʼl fit dël negòssi an bariera ʼd Milan. Për col motiv quand che la morosaʼd Nesto a l’avìa dije che ʼnté ch’a travajava chila, pròpi ʼnt ël repart ëd vendita dë scarpe, a cercavo quaidun për fé ʼd cite riparassion, ël fieul, combin ch’as tratèissa d’andé tut da n’àutra part ëd la sità, a l’era nen lassasse scape n’ocasion tant galupa. Col impiegh a l’avrìa garantì n’esistensa motobin pì tranquila ai doi giovo dasendje fin-a la possibilità ʼd mariesse e buté su famija. An efet, apress ëd na cobia d’ani, a dësversé soe vite coma un pàira dë scapin a l’era rivaje na cita che pare e mare a l’avìo decidù ‘d ciamé Anita. Cola masnà a chërsìa brava e an salute, ma pitòst aviva: sò pì grand amusament a l’era col ëd fé finta d’ esse Heidi, la protagonista ʼd n’àutra fàula ch’a vivìa con sò cé an mes a le montagne fasend la bërgera. Për col motiv Nesto e Clara ant le ferie dl’istà, col ëd quand che Anita a compìa sinch ani, a j’ero slansasse a fè doe sman-e ‘d vacansa an montagna, ant un cit pais ëd pì o meno quaranta ànime.  J’abitant ëd col leu a j’ero giumai tuti ansian, costumà a passé soe giornà sempe a la midema manera e l’ariv ëd cola famija sitadin-a a era stàit për lor un ver bulversament già mach për ël fracass che pare e mare a fasìo rusandje a la pì cita. Tutun le quaranta përsone ch’a logiavo truch e branca an tranta ca, pòch për vòlta a j’ero lassasse antëmné da l’alegrìa d’Anita che minca di a mancava nen d’andeje a trové un-a a pr’un-a. Coj vej a j’ero dventà coma ʼd nòno per la masnain-a che con soa inocensa minca di a-j contava coma ch’a së stasìa an sità, un leu che cole përson-e, costumà a vive an montagna, a riessivo manch a ʼnmaginé e che amusand-se a ciaciaré con cola gagnëtta a ciamavo “da l’àutra part”.  Da l’àutra part o bele mach “dë dlà” e l’era ëdcò ʼl tèrmin che ij montagnin a dovravo për la mòrt, da già che për lor vive ant un pòst con tut col ciadel a sarìa stàit un pòch coma ’ncaminesse për sò ùltim viagi e an efet ëd tuti coj ch’a j’ero slontanasse dal piasòt gnun a l’avìa pì nen savù gnente. L’ariv ëd cola famija a smijava na dossa stissa ʼd fiusa an mes a tante lerme amere.

Nesto e Clara s-ciairand ël grand cambiament, an mej, fàit da Anita an coj pòchi di passà an montagna, a j’ero decidusse ʼd fé front a na spèisa nen prevista e catesse, për pòchi sòld, un-a dle tante casòte bandonà ëd cola cita borgà, che soa fija a l’avìa arnomà “ël pais ëd le maravije”, an manera da feje artorn an qualsessìa ocasion ch’a fussa possìbil. As tratava ëd na ciaborna ʼd mon e pere, pì pere che mon, con le lòse sël cuvercc, compòsta da n’ambient ùnich ch’a fasìa da cusin-a e stansia da let, ma për Anita a l’era mej che ël pì anciarmant castel. Cola bàita a sarìa stàita, per la protagonista ʼd nòstra fàula sò ùnich e ver “Dë dlà”.

Le sman-e as corìo apress un-a a l’àutra e pòch për vòlta la casòta, mersì al travaj ëd Nesto e Clara, a dventava sèmper pì bela, tuta piturà da fòra e da drinta con ëd color ësgargiant e tante bele fior a lë fnestre. J’avzin dij turinèis, coma che la gent dël pòst a ciamava la famija d’Anita, a spetavo tuta la sman-a ch’a rivèissa, al vënner sèira, col cit taramòt che tuti a consideravo giumaj come n’anvoda d’argionta e ch’a mancava mai d’andeje a trové, un a pr’un, prima ch’a rivèissa l’ora ʼd sin-a. N’òm an particolar, ch’a së s-ciamava Gepin e a smiajava pròpi tant al nòno d’Heidi, a l’era, pì che tuti, intrà ʼnt ël cheur d’Anita e a-j arcomandava sempe ʼd porté d’àutri cit an pais për fé arvive minca ca bandonà dai montagnin. Na sèira, prima ʼd setesse a tàula, Gepin a l’avìa arvelà a soa cita amisa d’avèj goernà l’ùltima gran-a dë smems ëd la pianta dla gòj, na smems ch’a l’avrìa brojonà mach s’a fussa stàita piantà da na cita an-namorà ëd col leu e dispòsta a cudì la pianta për tuta soa vita.

«Mi cita i son cita ʼd sicur e an-namorà d’ambelessì gnun a peul ess-lo pì che mi – a l’era stàita la risposta d’Anita- i veuj piantelo ant ël prajèt ëd ca mia e cudilo fin-a a quand ch’a sarà ora ʼd magé ij sò frut».

«Ij frut ëd cola pianta a son nen da mangé, a basta vardeje e an col moment precis a svanisso tuti ij sagrin e jë sguard pioros a lasso dlongh ʼl pòst a d’anciarmant soris - a l’avìa dit Gepin – però gnun a l’ha mai vistje përché chi ch’a l’ha provà a sëmneje a l’era nen për dabon an-namora ʼd cost pais, ti mi cara it ses mia ùltima speransa».

Anita tnisend ës-ciassa soa gran-a dë smens a l’era sùbit ʼndàita da mama Clara che, con un soris e sensa fé ʼd domande, a l’avìa giutà la fija a sëmné sò cit tesor. 

Va che ti va, va che ti va, j’ani a son passà an pressa e Anita giumai granda a seguita a torné an soa casòta cola “da n’àutra part” ma ʼl paisòt, almeno ant ij di ʼd festa a smija pì nen a col ëd na vòlta: tanta gent, cissà da la gòj ch’as lesìa sël visagi d’Anita e ëd soa famija minca vira ch’a fasìo artorn an sità, a l’é catasse, come lor, na cà da rangé e con ël temp col leu stërmà an mes a le montagne a l’é dventà sò paradis an tèra. Le muraje grise e dëscrostà a son ëstàite rissà ʼd bel neuv e ij giovo a l’han pituraje con ëd quàder ch’a smijo fàit apòsta për arlegré chi ch’a l’ha ël boneur ëd vëddie. Na cobia d’amis ëd Nesto a l’ha fin-a fàit San Martin e deurbì un cit negòssi ch’a vend n pòch ëd tut. Tanti ʼd coj ansian che Anita a ciamava nòno a l’han pen-a antravist col cambiament, ma coj ch’a son ʼncora là, a conté le stòrie veje dla montagna, a manco mai ëd ringrassié la famija rivà da n’àutra part che con soa vitalità e alegrìa a l’ha fàit arvive ʼl pais. Un-a ëd coste përson-e a l’é Gepin che, sempe pì vej e con la schin-a sirà da j’ani, a continua a regalé un soris a soa Anita e chila, pròpi ancheuj, a l’ha un motiv ëd pì për andelo a trové:

«Nòno Gepin… nòno… la pianta dla smens ʼncantà a l’é fiorìa, st’ann i podroma vardé ij frut an-mascà, ma… papà a dis che cola pianta a l’é gnente d’àutr che un pomé…».

«I lo seu, mia cara, a l’é gnente ʼd foravìa però, con tò agiut, ël miràcol a l’ha falo istess, varda nòstr pais adess, pien ʼd vita e d’alegrìa, con tanti giovo ch’a grigno e coro për ij senté. I l’heu fiusa che prest quaidun a peussa stabilisse ambelessì e magara buté su famija ant cost leu sensa considerelo “da n’àutra part” ma ca soa…. Mi i son mach un vej con la testa pien-a ëd seugn, ma i l’heu già ʼnt la ment ch’i ch’a podrìa esse col “quaidun”, la midema cita che con soa alegrìa a l’é stàita bon-a a fé chërse sana e fòrta la pianta dla gòj».

«E mi nòno, i chërdo che coma sempe, ëdcò sta vira it l’abie pròpi rason».

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Altrove

 

La maggior parte delle favole inizia con “tanti, tanti anni fa”, ma questa è diversa perché parla dei giorni nostri e forse potrebbe non essere neanche troppo inventata.

Tutto ebbe inizio nella città di Torino nella quale due sposi, Ernesto e Clara, vivevano lavorando in uno di quei supermercati moderni con tante piccole botteghe che fanno da cornice ad attività più importanti come quelle di vendere alimenti, vestiario e tutto ciò che occorre per pulire le case dei clienti.

Ernesto aveva sì imparato il mestiere di ciabattino da suo nonno il quale contava di fargli rilevare l’attività, ma, per sfortuna, a seguito del fatto che l’abitudine di usare scarpe con la suola non sostituibile si era radicata anche a Torino, i clienti divennero troppo pochi per permettergli di pagare le tasse e l’affitto del negozio in barriera di Milano. Per quel motivo quando la fidanzata di Ernesto gli aveva confidato che dove lavorava lei, proprio nel reparto calzature, erano alla ricerca di qualcuno per fare piccole riparazioni il giovane, sebbene si trattasse di andare dall’ altra parte della città, non si lasciò sfuggire un’occasione tanto ghiotta. Quell’impiego avrebbe garantito un’esistenza più tranquilla ai due ragazzi dando loro anche la possibilità di sposarsi e metter su famiglia. In effetti, dopo un paio di anni, a rivoltare le loro vite come un paio di calzini arrivò una bimba che i genitori decisero di chiamare Anita. Quella bambina cresceva forte e sana, ma un tantino vivace: il suo divertimento preferito era quello di fingersi Heidi, la protagonista di un’altra favola che viveva facendo la pastorella con il nonno in mezzo alle montagne. Per quel motivo Ernesto e Clara nelle ferie estive, quando Anita ebbe cinque anni, si concedettero due settimane di vacanza in montagna, in un piccolo paesino di più o meno quaranta anime. Gli abitanti di quel luogo erano ormai tutti anziani, abituati a trascorrere le loro giornate sempre alla stessa maniera e l’arrivo di quella famiglia cittadina fu per loro un vero stravolgimento già solo per il frastuono che mamma e papà facevano rimproverando la piccola. Tuttavia le quaranta persone che abitavano complessivamente in una trentina di case, poco alla volta si lasciarono contagiare dall’ allegria di Anita che ogni giorno andava a trovarle una per una. Quei vecchi divennero come dei nonni per la bambina che con la sua innocenza raccontava di come si viveva in città, un luogo che quelle persone, abituate alla vita di montagna, non potevano neppure immaginare e che divertendosi a chiacchierare con Anita definivano semplicemente “altrove”. Altrove o anche solo “di là” era anche il termine che i montanari utilizzavano per indicare la morte poiché per loro vivere in un posto con tutta quella confusione sarebbe stato come incamminarsi per l’ultimo viaggio e in effetti, di tutti coloro che si erano allontanati dal paese, nessuno aveva più avuto notizie. L’arrivo di quella famigliola pareva una dolce goccia di fiducia tra tante lacrime amare.

Ernesto e Clara vedendo il grande miglioramento fatto da Anita nei pochi giorni trascorsi in montagna decisero di fare una spesa imprevista e comprare, per pochi soldi, una delle casette abbandonate in quella piccola borgata, che la figlia aveva ribattezzato “il paese delle meraviglie”, in modo da potervi fare ritorno in qualunque occasione fosse possibile. Si trattava di una catapecchia di mattoni e pietre, più pietre che mattoni, con lastre di Luserna sul tetto, composta da un ambiente unico che faceva da cucina e stanza da letto, ma che per Anita era meglio del più affascinante castello. Quella baita in montagna sarebbe stata, per la protagonista della nostra favola, il suo unico e vero “altrove”.

Le settimane si rincorrevano e poco per volta la casetta, grazie al lavoro di Ernesto e Clara, diventava sempre più bella, dipinta con colori sgargianti e adornata da fiori alle finestre. I vicini dei torinesi, come la gente del posto definiva la famiglia di Anita, attendevano tutta la settimana che arrivasse, al venerdì sera, quel piccolo terremoto che ormai tutti consideravano una nipote acquisita; ella, a sua volta non mancava mai di andare a far loro una visita prima di cenare. Un uomo in particolare, di nome Giuseppe che assomigliava molto al nonno di Heidi, aveva fatto breccia nel cuore di Anita e le raccomandava sempre di portare altri bambini in paese per far rivivere ogni casa abbandonata dai montanari. Una sera, prima di sedersi a tavola, Giuseppe rivelò alla sua piccola amica di possedere l’ultimo seme della pianta della felicità, un seme che avrebbe attecchito solo se fosse stato piantato da una giovane innamorata di quel luogo disposta ad accudire la pianta per tutta la sua vita.

«Io piccola lo sono certamente e nessuno è innamorato di questo posto quanto me –fu la risposta di Anita– voglio piantarlo nell’aiuola di casa mia e accudirlo fino a quando sarà ora di mangiarne i frutti».

«I frutti di quella pianta non sono da mangiare, basta guardarli e in quello stesso istante tutte le preoccupazioni e gli sguardi tristi lasciano il posto ad un affascinante sorriso –disse Giuseppe- nessuno però li ha mai visti perché chi ha provato a seminarli non era veramente innamorato di questo paese e tu, mia cara, sei la mia ultima speranza».

Anita stringendo stretto il suo seme corse immediatamente da mamma Clara la quale, con un sorriso e senza far domande, aiutò la figlia a seminare il suo piccolo tesoro.

Gli anni sono trascorsi in fretta e Anita ormai grandicella continua a tornare nella sua casetta, quella “altrove”, ma il paese, almeno nei giorni di festa non sembra più quello di una volta: molta gente, spinta dalla gioia che si leggeva sui volti di Anita e dei familiari ogni volta che rientravano in città, ha acquistato, come loro, una casa da ristrutturare e con il tempo quel luogo nascosto tra le montagne ne è diventato il paradiso in terra. I muri grigi e scrostati sono stati intonacati nuovamente e decorati dai giovani con affreschi che sembrano esser fatti appositamente per rallegrare chi li osserva. Una coppia di amici d’Ernesto ha addirittura traslocato e aperto un piccolo negozio che vende un po’ di tutto. Tanti di quegli anziani che Anita considerava suoi nonni hanno appena intravisto quel cambiamento, ma coloro che ancora sono là, a raccontare le vecchie storie della montagna, non mancano mai di ringraziare quella famiglia, giunta da altrove, che con la sua vitalità e allegria ha fatto rivivere il paese. Una di queste persone è Giuseppe il quale, sempre più vecchio e curvo, continua a regalare il proprio sorriso ad Anita la quale, proprio oggi, ha un motivo in più per andare a fargli visita:

«Nonno Giuseppe… nonno… la pianta del seme incantato è fiorita, quest’anno potremo osservarne i frutti fatati, ma… papà dice che quell’albero non è null’altro che un melo…».

«Lo so, mia cara, non è nulla di speciale però, con il tuo aiuto, il miracolo lo ha fatto ugualmente, guarda il nostro paese adesso, pieno di allegria, con tanti giovani che corrono per i suoi sentieri. Ho fiducia che presto qualcuno possa stabilirsi qui e magari metter su famiglia in questo luogo senza considerarlo “altrove” bensì casa sua… Io sono solo un vecchio con la testa piena di sogni, ma ho già in mente chi potrebbe essere quel “qualcuno”, la stessa ragazzina che con la sua allegria è stata capace di far crescere sano e forte l’albero della gioia».

«E io nonno penso che, come sempre, anche questa volta tu abbia proprio ragione».

 


 

Cristina Vignotto - Margarita (Cuneo) - Vincitrice prose



L'OMBRA DELLA PROMESSA

Non cercate il mio nome tra i registri della parrocchia. Non lo troverete tra le righe sbiadite dai secoli, né tra le firme dei testimoni che, con grafia incerta, hanno siglato nascite e morti sotto questo soffitto di pietra. Io abito le fessure tra i mattoni, il respiro umido delle cripte e quel silenzio denso, quasi solido, che segue l'ultimo rintocco dell'Ave Maria. Sono quello che resta quando la folla dei fedeli se ne va, quando l’eco dei passi si spegne sul sagrato e il Santuario torna a essere ciò che è sempre stato: un varco sottile tra due mondi, un confine dove la terra smette di essere fango e comincia a farsi preghiera.

Tutti voi conoscete la versione edulcorata della storia. La raccontate ai bambini nelle sere d’inverno, la recitate ai turisti che salgono quassù con le scarpe pulite e lo sguardo distratto. Parlate della statua ritrovata miracolosamente tra i rovi, dei buoi che improvvisamente si rifiutarono di proseguire, piantando le zampe nel fango come se fossero diventati parte della montagna stessa. Parlate della luce accecante che squarciò il bosco, una lama d'oro che indicava il punto esatto in cui il Cielo voleva la sua dimora. È una bella storia, rassicurante. È una storia che si può guardare in faccia senza tremare.

Ma la verità ha un passo più pesante, un odore di terra bagnata e di ferro antico. La verità non è una luce che illumina, ma una forza che trattiene.

Io c’ero quando la terra tremò per accogliere le prime fondamenta. Non era la gioia a muovere le braccia dei muratori, ma una necessità febbrile, un’urgenza che somigliava alla paura. Li vidi, sotto il gelo che mordeva le ossa, spaccarsi le mani sulle pietre del fiume, trascinando blocchi di granito che parevano voler tornare a sprofondare nel suolo. Sentivo lo schiocco delle fruste e il lamento del legno che si piegava, il sapore del sudore che si mescolava alla calce fresca. Uomini che non sapevano leggere, ma che conoscevano il linguaggio del peso e della misura, costruivano non per gloria, ma per placare un richiamo che non potevano né comprendere né ignorare. Perché questo luogo non è stato costruito per vostra comodità: è stato preteso. C’è una forza, qui sotto, che corre nelle vene profonde della roccia, una corrente magmatica che risale dalle radici della montagna e si infila fin dentro il midollo di chiunque osi varcare la soglia.

La leggenda dice che l'immagine sacra tornava sempre qui, nel cuore dei rovi, per volontà divina, fuggendo ogni notte dalla chiesa del paese dove gli uomini tentavano di addomesticarla. I dotti la chiamano "traslazione miracolosa". Io vi dico che è il luogo stesso a possedere un magnetismo oscuro. Questa radura, questo lembo di terra sospeso sulla valle, non accetta intrusioni, ma esige presenze. Non è stata la Vergine a voler tornare tra i boschi; è il bosco che ha serrato i suoi rami attorno a lei, reclamando la sua parte di sacro. Le radici dei castagni secolari stringono le fondamenta come dita d'ebano, e l'edera rampicante non è un decoro, ma un assedio silenzioso che ricorda alle pietre da dove sono venute.

Oggi osservo i vostri volti mentre camminate tra le navate. Siete convinti di essere voi a guardare le cupole affrescate, a valutare la fattura degli altari, a studiare lo stile dei capitelli dove angeli e mostri si rincorrono nel marmo. Non vi accorgete che è il Santuario a studiare voi. Ogni vostra esitazione, ogni brivido che vi corre lungo la schiena quando l’aria si fa improvvisamente fredda — proprio lì, sotto l’arcata dove la luce non arriva mai — è un tributo che pagate alla sua natura. Vedo il fedele che accende una candela con le dita tremanti, affidando alla fiamma un segreto che non ha il coraggio di dire nemmeno a se stesso, temendo che le mura possano spifferarlo al vento. Vedo lo scettico che incrocia le braccia e alza il mento, cercando di spiegare tutto con la logica della geometria e del restauro, mentre il suo cuore, traditore, accelera il battito davanti all’inspiegabile maestosità del vuoto.

Il mistero abita nei dettagli che nessuno ha il tempo di fissare. È nell'ossido che mangia le grate di ferro, nel modo in cui la polvere danza in un raggio di sole che non dovrebbe trovarsi lì, nell’umidità che disegna volti di santi e di demoni sulle pareti scrostate. Ci sono notti, quando la luna è una falce d’argento sopra i campanili, in cui le mura sembrano pulsare. Un battito lento, profondo, come quello di un gigante che dorme ma non sogna. In quelle notti, i sussurri che durante il giorno sono stati soffocati dal rumore delle monete nelle cassette delle offerte e dal chiacchiericcio dei visitatori, tornano a galla come nebbia dalla cripta. Sono migliaia di voci. Promesse infrante davanti all'altare, voti disperati di madri durante le pestilenze, ringraziamenti urlati nel silenzio del cuore da soldati tornati dal fronte con l'anima a pezzi. Il Santuario è una spugna fatta di calce e fede; ha assorbito ogni lacrima versata in questi secoli e le ha trasmutate in cristalli di sale tra le giunture della pietra.

Ricordo un uomo, molti anni fa. Venne qui sotto una pioggia che sembrava voler lavare via il mondo, una tempesta che scuoteva i boschi circostanti come se fossero fuscelli. Non aveva candele, non aveva rosari, non aveva parole. Si limitò a poggiare la fronte contro la colonna più fredda, quella che regge l'arco di sinistra, e pianse senza fare rumore. Io ero lì, a pochi centimetri da lui, invisibile come l’aria gelida che gli appannava il respiro. Potevo sentire il calore della sua disperazione scontrarsi con il ghiaccio del marmo, un duello silenzioso tra la carne che soffre e la pietra che tace. Rimase lì per ore, finché le ombre non inghiottirono l'ultima luce dei ceri. Quando se ne andò, la pietra in quel punto era rimasta tiepida. Ancora oggi, se appoggiate la mano sulla stessa colonna nel cuore della notte, potrete sentire quel calore residuo. Non è fisica, è memoria termica del dolore.

Perché il tempo, quassù, non scorre come nelle vostre città di cemento e fretta, dove i secondi si consumano come fiammiferi. Qui il tempo si avvolge su se stesso, denso come la resina, circolare come l’edera sui tronchi dei castagni. Il passato non è alle nostre spalle, è sotto i nostri piedi, mescolato alla polvere dei pellegrini che calpestate senza accorgervene. Ogni passo che fate sul pavimento consunto è un dialogo muto con chi è passato prima di voi, con i re in armatura e i mendicanti in stracci che hanno baciato lo stesso gradino. Siete parte di una catena infinita di ombre che cercano risposte nel buio, una processione invisibile che non si ferma mai.

Cercate il miracolo? Lo cercate nelle guarigioni inspiegabili, nei racconti di apparizioni tra le nuvole, nei segni spettacolari che solleticano la vostra curiosità? Siete ciechi. Il vero miracolo è la permanenza. Il fatto che queste pietre, nonostante le guerre che hanno insanguinato la valle, nonostante i terremoti che hanno fatto ballare i monti e l’indifferenza dei secoli che tutto divora, siano ancora qui a ricordarvi che esiste qualcosa di più grande della vostra piccola, effimera esistenza. Il miracolo è il silenzio che vi accoglie quando entrate, un silenzio che non è assenza di rumore, ma presenza di ascolto. Un silenzio che vi costringe a sentire il rumore del vostro stesso sangue.

Io sono il guardiano di questo ascolto. Sono l’ombra che si allunga sul pavimento quando il sole tramonta dietro la cresta del monte, l’oscurità che si annida dietro l'altare maggiore dove i turisti non osano guardare, il testimone di tutto ciò che non diventa mai cronaca. So chi siete prima ancora che apriate il portone di legno pesante, cigolante come un vecchio che lamenta il peso del mondo. Conosco il peso del fardello che portate, anche se fuori ridete e scherzate con i compagni di viaggio. Conosco il dubbio che vi morde l'anima quando fissate gli occhi di gesso della statua, chiedendovi se ci sia davvero qualcuno, dall'altra parte, capace di sentirvi, o se siate solo soli in una scatola di pietra meravigliosa.

Non abbiate paura. Il mistero non è qui per punirvi, ma per completarvi. L'uomo ha bisogno del sacro come ha bisogno del respiro, e il Santuario è il polmone di questa terra, un organo pulsante che scambia il dolore umano con la pace minerale. Senza queste mura, senza la leggenda che le anima, sareste solo viandanti senza meta in una valle senza nome, foglie trascinate da un vento senza direzione.

Ora andate. Tornate alle vostre case, alle vostre luci elettriche che non conoscono l'ombra, ai vostri rumori quotidiani che servono a non farvi pensare. Ma portate con voi un pezzetto di questo freddo, un frammento di questo silenzio che scava. E ricordate: mentre voi vi allontanate lungo il sentiero tortuoso, convinti di aver visitato un monumento, il Santuario resta qui, a guardarvi le spalle con i suoi mille occhi di pietra. E io con lui.

Siamo l'ombra della promessa che è stata fatta all'inizio dei tempi, quando la prima pietra fu spaccata per dare un corpo all'invisibile. Una promessa che non ha bisogno di parole per essere mantenuta, perché è scritta nelle venature del marmo, incisa nel vento che fischia tra i campanili e custodita nel segreto di chi, come me, non smetterà mai di vegliare affinché il varco resti aperto.

La soglia vi aspetta. Ma non chiedetemi chi sono. Non chiedetelo al buio delle navate.

Vi basterebbe sentire il mio respiro contro la nuca, un soffio di secoli e polvere, per capire che la leggenda è solo la crosta sottile di una verità molto più vasta e terribile. Una verità che vi appartiene da sempre, e che solo qui, nel grembo di questo Santuario fatto di terra e di cielo, trova finalmente il coraggio di restare zitta.

 


 

Poesia segnalata Ntrita Rossi - Peveragno (Cuneo)

 


Solitudini parallele

Siamo soli anche quando siamo insieme,

come linee che non si incontrano

ma condividono la stessa direzione,

per un tratto che sembra infinito solo perché non ha svolte.

 

Ci sfioriamo nei giorni

come due pensieri nella stessa mente che non si leggono a vicenda,

abitando lo stesso spazio

senza occupare mai lo stesso punto.

 

Eppure camminiamo così vicini

da confondere la distanza con la presenza,

da credere che basti la vicinanza dei corpi

per annullare la distanza delle parti invisibili.

 

Ci parliamo attraverso piccoli segnali,

frasi lasciate a metà,

sguardi che arrivano sempre un secondo dopo il significato,

silenzi che diventano traduzioni imperfette.

 

E dentro questo stare insieme

ognuno custodisce una stanza segreta,

dove nessuno entra,

non perché non ci sia fiducia,

ma perché la solitudine ha una sua grammatica inevitabile.

 

A volte penso che non siamo fatti per unirci del tutto,

ma per accompagnarci da lontano,

come stelle che sembrano vicine

solo perché il buio non sa misurare le distanze.

 

E così restiamo,

solitudini parallele che fingono incontri,

che si riconoscono nel passaggio

ma non nel punto di arrivo.

 

E forse è questo il nostro modo di non perderci:

non diventare uno,

ma imparare a non interrompere la traiettoria dellaltro

mentre continua a essere sé stesso.

 

 

Ntrita Rossi 


Domenico Bisio, Fresonara (Alessandria) - segnalato poesia

 


 A FONTANÈLA

Cich, ciach,

cich, ciach,

ciach, ciach…

A sangòuna

an dialët

ra fontanèla

a fianch ar parchègg

dra cita osterëja.

A sanda ‘d Fërsnèra

a-gh’ha manch ir dirit

d’andä a finì

an sl’antologëja.

E dì ch’a-gh’ha

na sorèla

che anmà

pir la toss

i-gh’heuo scricc

ina gran poisëja.

Cricc, cracc,

cricc, cracc,

cracc, cracc…

A speuoa

an dialët

ra fontanèla,

antant che ‘r martlët

sorbì ra só èua

o svora vëja.

Ma a Fërsnèra

on gh’è nèint poisëja

pir ra fontanèla

ch’a perda l’èua

‘mè só sorèla,

quëla famosa

ch’a gh’ha

ra toss

an sl’antologëja.

Puschh, pischh,

puschh, pischh,

pischh, pischh…

A poscia

an dialët

ra fontanèla

‘d Fërsnèra,

‘mè ra väca dir Bët

ch’a bräma

ant ra stäla.

 

A trai bóti e mes

‘t gh’häj päria a ciamä

chicadeuj ch’o stäga

a portä ‘r väs

a ra fontanèla

ch’as la fa adóss

cmè ra sorèla

dra poisëja.

Cich, ciach,

cricc, cracc,

pischh, puschh…

A sangòuna

a scräcia

e a poscia

an dialët

ra fontanèla.

Ma nonostante tut

le a sta bai

dra só póca salut.

L’unich problema

ch’l’è sèinsa péj

e a fa fadëja

a ‘ndä a truä

só sorèla

marävia dra toss

an sl’antologëja.

Santa Marëja

prega par noj…

Santa Marëja…

A disa o rosäri

an dialët

ra fontanèla

a fianch ar parchègg

dra cita osterëja.

‘Mè Catilina

adess,

a fianch

dra so mäta

ch’l’ha smuss

‘d spuä sangh

e fäsla adóss,

a traj bóti e mès

antant che ‘r Bët

o läcia ra väca.

 

 LA FONTANELLA

Cich, ciach,

cich, ciach,

ciach, ciach…

Sanguina

in dialetto

la fontanella

di fianco al parcheggio

della piccola osteria.

Vivendo a Fresonara

non ha nemmeno il diritto

di andare a finire

sull’antologia.

E dire che ha

una sorella

che soltanto

per la tosse

le hanno dedicato

una gran poesia.

Cricc cracc,

cricc, cracc,

cracc, cracc…

Sputa

in dialetto

la fontanella

intanto che la poliste

bevuta la sua acqua

svolazza via.

Ma a Fresonara

non c’è poesia

per la fontanella

che gocciola acqua

come sua sorella

quella famosa

che ha

la tosse

sull’antologia.

Puschh, pischh,

puschh, pischh,

pischh, pischh…

Orina

in dialetto

la fontanella

di Fresonara,

come la mucca del Betto

che muggisce

nella stalla.

Alle tre e mezzo

hai voglia a chiamare

qualcuno

che porti il pitale

alla fontanella

che se la fa addosso

come la sorella

della poesia.

Cich, ciach,

cricc, cracc,

pischh, puschh…

Sanguina

sputa

e orina

in dialetto

la fontanella.

Ma nonostante tutto

gode

della sua poca salute.

L’unico assillo

che è senza piedi

e fa fatica

ad andare a visitare

sua sorella

malata di tosse

sull’antologia.

Santa Maria

prega per noi…

Santa Maria…

Dice il rosario

in dialetto

la fontanella

di fianco al parcheggio

della piccola osteria.

Come la Caterina

adesso,

di fianco

alla figlia

che ha smesso

di sputare sangue

e farsela addosso,

alle tre e mezzo

mentre il Betto

munge la mucca.

 


martedì 30 giugno 2026

Un ricordo di Bianca Maria Capanna



 

Commento 2026 "Parole ed Immagini" XXXV

 Esposizione e premiazione del «Concorso Parole ed Immagini» di Mellana di Boves

 

Il Circolo di Mellana di Boves ha invitato a esposizione nella sua sede (ex scuole elementari), che è stata ancora visitabile nel pomeriggio del 28 giugno.

Protagonista resta il «Concorso Parole ed Immagini» arrivato, in questo 2026, alla XXXV edizione. Quest’anno la premiazione per scritti (prose e poesie), fotografie, abbinamenti con opere grafiche, è stata sabato 20 giugno, in pomeriggio caldo ed assolato, nel delizioso anfiteatro dietro il Salone Oratoriale della frazione.

Era presente, a cercare gli angoli di ombra che lo spazio offre, un buon pubblico, con premiati che arrivavano, oltre che dal Cuneese e da altre province piemontesi (come Alessandria), da Lombardia, Emilia Romagna, Liguria e Lazio.

I saluti della Amministrazione bovesana sono arrivati ancora dall’assessore bovesano a cultura e manifestazioni Raffaella Giordano.

Ai vincitori son stati assegnati premi costituiti da cesti con libri e prodotti locali, libri e, a richiesta, targhette. Diploma è andato a tutti gli ammessi alla esposizione.

Son stati ringraziati tutti gli sponsor che hanno offerto libri (banche e fondazioni bancarie, dalla Banca di Boves alle Fondazioni Cassa Risparmio di Cuneo e Torino, biblioteche, di Boves e Chiusa Pesio, librerie cuneesi, Stella Maris, Ippogrifo, Centro Libri, Senza Polvere, editori, Araba Fenice e Primalpe...)... Ai vincitori son arrivate anche targhette e prodotti locali...

La bovesana «Imprimere» ha ancora offerto apprezzate stampe ai primi classificati delle cinque sezioni fotografiche...

Gli apprezzati momenti musicali sono stati a cura di Luca Panicciari ed i suoi violoncelli, ha seguito convivio aperto a tutti.

Per chi ha voluto continuare le conversazioni, vi è stata cena tradizionale in locale della zona, il «Bar Quaranta» di Borgo San Dalmazzo (gestito dai giovani coniugi mellanesi Dalmasso).


Già prima dell’iniziativa gli organizzatori avevano focalizzato l’evoluzione della manifestazione. «La partecipazione, da alcune edizioni, dopo la “pandemia” è grossomodo costante... Il “ricambio” e la presenza di giovani, che pure vediamo, potrebbe essere maggiore... Le Giurie, sia quella fotografica che quella degli scritti paion soddisfatti della qualità, e se lo son loro lo è anche l’organizzazione tutta...».

«Mai tanto grande e bella ci è parsa l’esposizione fotografica, di assoluto livello ci son sembrate le opere premiate e lette nella cerimonia da gruppo coordinato dalle giurate Elisa Dani e Rosanna Marro.

Omaggio è stato a persone importanti nella storia dell’iniziativa, come la scomparsa fotografa cuneese Bianca Maria Capanna ed il bovesano Michele Siciliano...

Il Concorso nasce come pretesto per fare esposizione, che ne resta, anche fuori della festa, parte importante, visitata da chi davvero interessato...

Son state premiate, e saranno ospitate anche alla festa di luglio, opere del progetto di arte terapia sulle varie tecniche pittoriche, a cura di Rosanna Pellegrino – Comunità Alloggio Corborant e Ischiaton di Boves...».  


Tutti in vincitori del Concorso “Parole ed Immagini 2026 – XXXV Edizione” di Mellana di Boves

 

Su http://festeggiamentimellana.blogspot.it/ si vedono risultati dettagliati e tante fotografie della edizione 2026 della ormai storica manifestazione culturale di Mellana di Boves, «Parole ed Immagini», che l’assessore alla cultura bovesano Raffaella Giordano, alla premiazione, nel pomeriggio di sabato 20, ha, giustamente, definito come «la più longeva a Boves»...

«La giuria della XXXV edizione del “Concorso Parole ed Immagini”, per quanto riguarda gli“scritti”, formata da Cecilia Baudino, Giorgio Casiraghi, Elisa Dani e Rosanna Marro (anche protagonisti della premiazione del 20 giugno), riunitasi nella sede del Circolo di Mellana, la mattina di sabato 30 maggio, ha fatto avere il suo giudizio.

“Poesia e prosa giovane” portano la nota più negativa anche di questa edizione del Concorso: “la scarsa partecipazione di giovani che ci riempie di poca fiducia nel guardare il futuro... Ringraziano Silvano Giordanengo di Roccasparvera (Cuneo), unico partecipante”».

Per la “Poesia a tema libero”, la Giuria fa altra premessa…

«Come Giuria abbiamo premiato tre poesie davvero “alte” nel senso poetico del termine e non solo. Tre liriche che attraverso l’abilità di scrittura e la nobiltà d’animo dei compositori, raccontano tre storie che parlano a noi, al mondo di oggi. Tre storie che in qualche modo ci interpellano. Ci fanno pensare. Pensare è fondamentale. Diceva Carl Jung: “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi.” E questi tre scrittori sono poeti. Attraverso queste liriche si respira l’altezza del pensiero “nobile”».

Vincitore è “Andrìa” (“Andrea”) di Stefano Baldinu, San Pietro in Casale (Bologna), che ha preceduto “Palestina – La collina di Daud” di Daniela Antonello, Padova. Terza è “Il coraggio”, ancora di Baldinu, stavolta in italiano, con la stessa sensibilità…

Segnalate son state “Ra fontanela” (“La fontanella”) di Domenico Bisio, Fresonara (Alessandria), uno stupendo omaggio a Palazzeschi letto dallo stesso autore presente, e a “Solitudini parallele” di Ntrita Rossi, Peveragno (Cuneo).

Premio Speciale a stato assegnato a Maria Teresa Cantamessa, Ivrea per “Nuanse dl’ànima”(“Colori, tonalità, dell’anima”), in cui i colori della vita finiscono con il verde della speranza…

Nella “Prosa a tema libero” vincitrice è stata “L’ombra della promessa” di Cristina Vignotto, Margarita (Cuneo), alla prima partecipazione, con opera dal grande spessore spirituale.

Ha preceduto “Da n’autra part” (“Altrove”) di Luigi Lorenzo Vaira, Sommariva del Bosco (Cuneo) e “Un lupo di mare in taverna” di Mariacristina Neri, Villaverucchio (Rimini).

Segnalate son state “Lo sguardo da lontano” di Elisa Marchinetti, Noceto (Parma) e “Le verità nascoste” di Patrizia Birtolo, Giussano (Monza Brianza).

In “Satira e goliardia” ha vinto “Art. 21 ed nòstra Costitussion” (“Art. 21 della nostraCostituzione”) di Luigi Lorenzo Vaira, Sommariva del Bosco (Cuneo), che sa scrivere bene in italiano come in piemontese… Ha preceduto “Saga Nordica” di Pietro Rainero, Acqui Terme(Alessandria).

Tutti gli “scritti” premiati son stati inviati a “Primalpe”, che, liberamente, potrà pubblicarli...

La Giuria per quanto riguarda le “fotografie” era formata da Grazia Bertano, Cristiano Cerato e Massimo Macagno, si è riunita, la sera del 28 maggio, nella sede del Circolo organizzatore.

Vero trionfatore dell’edizione è stato il fiorentino Renato Piazzini, che ha vinto le sezioni “Anima e corpo”, con “Angela”, “Storytelling”, “Una storia in quattro fotografie”, con “Un fil di vento” (protagonista tendina che è sipario), ed il “Tema libero”, la più numerosa, con “Duo”, giudicata lamiglior foto dell’edizione…

Altro toscano si è aggiudicato la sezione “Arte dimenticata”: Paolo Ferretti, di Fornacette di Pisa, con “Il liutaio” ed “Il tombolo” .

I cuneesi, e bovesani, comunque, si son difesi, a partire dalla vittoria, in “Street photography”, “Fotografie dalla strada”, di “Facciamo due conti”, scatto “da vertigine”, di Lelio Giraudo, Boves. Per lui nella sezione anche un terzo posto per “Contrasti urbani”.

Incetta di premi ha fatto il cuneese Roberto Pellegrino, con un secondo posto (l’ironica in “In agguato”) e due segnalate (“Trasparenze urbane” e “Street on fire”) in “Street photography”, “Fotografie dalla strada”, ma anche con un secondo posto (per “Ectoplasma”) ed una segnalazione (per “Si accomodi”) nella ricca sezione del “Tema libero”…

In “Storytelling”, “Una storia in quattro fotografie”, segnalazione è andata a “Gente di mare” (bel bianco e nero) di Pier Renzo Lingua, Cuneo.

Per il resto si son rivisti nomi ben noti alla manifestazione…

Segnalazione è andata ad “Aranceri” di Angelo Gabelli, Castellazzo Bormida (Alessandria)…

Il terzo posto ex aequo del “Tema libero” è andato a “Il gigante” di Alice Daddi, Genova, e a “Mah... Boh...” della fiorentina Sandra Ceccarelli (anche segnalata in “Street” per “Andare di fretta”)

Nella stessa sezione segnalazioni son state per “Architettura e luce” di Nicola Daddi, Genova e per “La Serenissima 3” di Mario Aliprandi , Olgiate (Lecco)

Manuela Bracco, Borgo San Dalmazzo (Cuneo) ha avuto segnalazione fotografica (“Tema libero”) per Segnalazione a “Ombre schiuse al cuore”, ma anche, e soprattutto, ha ottenuto terzo posto negli “Abbinamenti Parole ed Immagini”, “Con i piedi per aria”…

Premio speciale è stato per Michele Siciliano, Boves, per immagini, “tema libero”, della sua sterminata e curatissima produzione…

Segnalazione è andata ad Anna Grosso, Peveragno, per parole ed immagine di “Sotto la polvere del tempo”, il ricordo che diventa ricerca storica…

 Premio speciale è stato deciso per Alfonso, Livio, Giuseppe “Beppe” Quaranta e Gianpiero

(Progetto di arte terapia sulle varie tecniche pittoriche a cura di Rosanna Pellegrino – Comunità Alloggio Corborant e Ischiaton di Boves), “I lavori presentati, di grande espressività, delicatezza, dimostrano l’importanza di arte e cultura per la crescita umana, il raggiungimento ed il recupero di un equilibrio esistenziale, l’integrazione o la reintegrazione sociale...”. Il pannello sarà riproposto nei giorni della festa frazionale di luglio...»

Torneranno le «Premiazioni successive ed itineranti» (già partite nei giorni, sin al 29, di apertura della esposizione, soddisfacentemente visitata), inziativa culturale, ma, come si usa di questi tempi, anche enogastronomica... Racconteremo...

I soddisfatti organizzatori guardano avanti: «L’anno prossimo si potrebbe pensare ad immagini in movimento, brevi video, massimo cinque minuti... Ai giovani potrebbe piacere...»...