lunedì 30 giugno 2025

L' INTEGRASSION di Luciano Milanese, Poirino (Torino)

 

L' INTEGRASSION

 

Cand i vado al cit pais ëd montagna

andova ch'a passo quàich di an libertà

soens im treuvo a bambliné al mërcà,

piasos e pien d' umanità ch'at soagna.

 

Mi i l'hai gòj ëd fiché 'l nas sij banch

e 'd ciaciarè 'd gust co 'j mërcandin,

scoté 'd lengagi nen mach "fiorentin";

im pias sta babilònia 'd parlé franch.

 

Ël marghé che robiòle d'alp a vend

sensa gnun-e gene parla sò patoà                                                                                         

che 'nsissì "a la mòdda" a ven ciamà,

e 'd dëscore con tùit l'é bin content.

 

Davzin a-i é 'l cinèis che d'arlògi,

pile, lampadin-e na mostra a l'ha,

a parla n'italian motobin soagnà,

mach la "erre" a manca a sò lengagi.

 

Un mòro a vend borse; an piemontèis

le fomne arciama: "Ch'a cata madamin

i l'hai 'd borsëtte e 'd borgiachin,"

parla nòstra lenga mej d'un turinèis.

 

Ël banch ëd la fruta a l'é 'l pì pressà

con deuit le fomne a sërno pruss e pom,

ciamo al frutareul "A son peui pròpi bon ?",

comsëssìa nen mach l'italian a ven dovrà.

 

A-i son dzora 'l banch dij peruvian

majon e majëtte ch'a ven-o da lontan;

n'arcancel ëd color mi i l'hai sotman.

 

Na maravìa ste gent dël mërcà

pòpoj, lenghe, tut an pas da bin mës-cià;

lor l'integrassion a l'han già conquistà.

 

 

Luciano Milanese                                                           


L'INTEGRAZIONE

Quando vado al piccolo paese di montagna / dove trascorro qualche giorno in libertà / mi trovo spesso a girare qua e là per il mercato / piacevole e pieno umanità che ti tratta con riguardo. // Io ho il piacere di rovistare su quei banchi / e di chiacchierare di gusto coi venditori, / ascoltare linguaggi non proprio "fiorentini", / mi piace questa babilonia di schietto parlare. // C'è il margaro che robiole d'alpe vende / senza impaccio alcuno parla il suo dialetto, / che qui "a la mòdda" viene chiamato, / e di conversar con tutti è ben contento. // Vicino c' è il cinese che orologi / pile e  lampadine, ha una esposizione, / si esprime in italiano molto ben curato / solo la "erre" manca al suo parlare. // Un nero vende borse; in piemontese / richiama le donne "Comprate signore, / ho delle borsette e dei portafogli!" / parla la nostra lingua meglio d'un torinese. // Il banco della frutta è il più affollato / con cura le donne scelgono pere e mele / chiedono al fruttivendolo "Sono poi proprio buone?", / in ogni modo non solo l'italiano viene usato. // Ci sono sul banco dei peruviani / maglioni e magliette che vengon da lontano / un arcobaleno di colori ho sottomano. // Una meraviglia queste genti del mercato / popoli, lingue, tutto in pace per bene mescolato / loro l'integrazione han già conquistato.

La pazienza del ragno di Elisa Marchinetti, Noceto di Parma

 

La pazienza del ragno

  

 

 

Il  mio primo contatto con la scrittura un’affascinazione istantanea,  accolta  con lo  stupore innocente di una rivelazione  magica .

Quella che solo una bambina di  sei anni,  curiosamente   animata  dalla  sete di imparare, può  gustare dall’incontro di  una matita con  un quaderno.

I miei primi approcci con la forma scritta, in quel gesto della mia mano che delineava parole, un delirio di gioia e sorpresa insieme. E di scoperta, soprattutto. Per mio padre  un delirio vero e proprio, invece.

Li ricordo bene quei momenti quando la voracità nel dar forma ad un pensiero incontrava il foglio bianco e candido e nell’irruenza di un gesto ancora maldestro  tratteggiavo linee che raramente rispettavano il rigo, ma che perseguivano una loro surreale  traiettoria, spesso esulando in spazi sconfinati.

Una grafia  di  rapide  salite, come di repentine discese,  in un  virtuosismo   di   vocali informi  e consonanti scombinate. L’incipit agitato di una sinfonia wagneriana.  Di quella creativa  foga  iniziale era  il tratto a subirne  gli eccessi: i primi disegni, così come le prime lettere, erano  vergati da  un segno  rozzo  e duro, quasi solchi che si imprimevano nella pagina ed in quelle  a seguire,  come se  nella mano  avessi concentrata la forza di un contadino. In realtà, la tenacia  di uno scricciolo che  a malapena spuntava dal banco  con i  piedini  danzanti  sospesi sul poggiolo, ma che  riversava in quegli esercizi  il massimo dell’impegno.

Tutto di me confluiva in quel gesto: nella tensione dell’ attimo, la lingua spuntava appena dai denti serrati, mentre china sul quaderno, con la matita tenuta ben salda tra le dita tozze e cicciottelle, tentavo di dominare la  mia scrittura informe. E quell’ansia  febbrile di giungere ad un risultato immediato.

Mi rivedo in  una foto che mia madre conserva con cura nel tinello di casa, scattata dal fotografo  ufficiale nei primi giorni di scuola, l’istantanea fedele  di un’esperienza emozionale  vissuta con puerile  entusiasmo:  due  svettanti codini alla Pippi Calzelunghe  spuntano  da un volto  paffutello dal roseo incarnato.

Un  sorriso solare, benchè   sgraziato  dagli ampi  spazi i vuoti  fra i denti, e  due pupille   sprizzanti  gioia e determinazione rivelano  incanto  ed innocenza e tutta l’intenzione  di mordere la vita.  Un  fiocco rosa, dalle galle sbilenche,  penzola scombinato  sul grembiulino quadrettato. Nel quadro d’insieme,   il dettaglio che stona e che  fa la differenza.

Resistevo, infatti,  con quell’ingombro al collo giusto il tempo  di varcare i cancelli della scuola,  poi in classe,  nel volgere di pochi minuti, travolta dalla smania del fare scordavo la litania delle raccomandazioni  mattutine  ed il galateo impostomi  da mia madre.

Lì, in quel mondo che era il mio, il  disordine scalciava l’ordine  e la sostanza  dominava sulla forma.  A dispetto  di mia madre e della sua cura maniacale nel prepararmi. E della sua  ossessione del  fiocco inamidato.   

“Sembri un maschiaccio così conciata!”,  brontolava lei al mio ritorno, scuotendo la testa ed inanellando una sfilza di lamentele per le sue speranze disattese.

Poi, se ne andava sconsolata e ferita nell’orgoglio di madre premurosa,  lasciando che la sua voce gracchiante   riecheggiasse per le stanze.

“ Hai troppa fretta” , sentenziava, invece, mio padre con voce calma e ferma,  mentre tentava con certosina pazienza di rabberciare il mio quaderno.

 O meglio, ciò che ne restava: un accumulo di fogli pasticciati e stropicciati che, come i petali delle margherite, al primo leggero contatto  si staccavano dal dorso, uno dopo l’altro .

Già perchè non solo il gestire la matita  rappresentava  un'impresa, ma anche usare la gomma con cura  e calibrarne gli interventi  era  per  me un'operazione difficile.

A quella strana pallina, rossa per la matita e blu per la biro,  di cui  imparai  solo col tempo  l’uso corretto, avevo agli inizi attribuito un potere salvifico e magico, la manna da usare al momento opportuno  per rimediare  ai miei continui  orrori grafici.

Ma era tutta una questione di misura,  di calma e pazienza. Proprio ciò in cui difettavo.

Infatti, più sbagliavo, più ricorrevo ad un suo uso spasmodico  e più cancellavo, dopo aver affogato la punta della gomma in un mare di saliva, più larghi i buchi diventavano riducendo il foglio ad un colabrodo di fori!

Spettava a mio padre porre rimedio a quello scempio visivo.

La sera, dopo cena, era il  momento  in cui si prendeva cura di me e non c’erano  preoccupazioni,  né affaticamenti che lo allontanassero da quel compito e che  gli impedissero di  dedicarmi  tutte le sue attenzioni. Dopo essersi lavato con cura le mani, quasi un chirurgo prima di un intervento, recuperava i suoi attrezzi per il pronto intervento: colla, forbici e scotch.

L’ appuntamento era in sala da pranzo, con la luce del  lampadario dal lungo stelo  che scendeva quasi sopra le nostre teste ravvicinate e che, illuminando il tavolo, enfatizzava le mie disavventure scolastiche e la mia dipendenza fisica ed  affettiva  da lui.

Era quello  il nostro momento,  la  condivisione di un rapporto speciale, che si nutriva   per entrambi  di  lunghi silenzi  e di reciproci  profondi sguardi,  dove la  mia attenta osservazione di ogni suo minimo gesto captava   i suoi  taciti ammonimenti delicatamente suggeriti e quei  semplici insegnamenti tramandati più con i gesti che con le parole.

Perché  poche, anzi pochissime,  a dir la verità  erano quelle che pronunciava. Ma di peso.

Lui, che del  pragmatismo  aveva fatto la sua bandiera, disdegnava la retorica e le lunghe prediche, convinto che l’esempio contasse più dei rimproveri e dei castighi e che  il sostegno rappresentasse una vera forma d’amore. Come quella che si materializzava in quell’atmosfera ovattata, intima e seducente, nella complicità di un evento.  Io e lui, spalla contro spalla, ed  i nostri respiri a riempire l’aria.

 Il resto, in quel frangente,  ci era indifferente.

“Passami la forbice”, mi bisbigliava con pacata determinazione prima di  passare  all’azione.

Con quella ritagliava sottili  strisce di scotch che posizionava con estrema delicatezza  sui  vari fori che costellavano le righe.

“ Tieni premuto qui” mi indicava, prendendomi l’indice e mostrandomi il punto dove fare pressione, mentre con  estrema cura cercava di far ben aderire il  nastro adesivo al foglio. Poi  eliminava con la forbice le parti superflue .

 Mi sorprendo ancora oggi al ripensare alla sua precisione, a quelle sottili strisce che si attaccavano  senza una grinza alla pagina,  alla sua meticolosità nell’eseguire i vari passaggi  e alla sua  calma rassicurante .

Terminate le operazioni,  quasi fosse un cuscino, sprimacciava il quaderno a lungo, cercando di ridargli un aspetto quantomeno decoroso. Lasciava passare qualche minuto, infine  lentamente lo apriva e , sfogliando pagina dopo pagina , osservava il lavoro di ripiego e ripristino che aveva compiuto,   una sorta d’ intervento di  rimise en forme cartaceo;  quegli inestetici  buchi da groviera, che avevano riempito  le pagine, erano spariti, asfaltati da manti di strisce di scotch ed il dorso era stato rinforzato da dosi abbondanti di colla. Il risultato: fogli quasi plastificati ed un quaderno dalla struttura semicartonata.

 Di più e meglio, sicuramente, non sarebbe stato  possibile.

“ Ora sì che va bene ”, dichiarava  mio padre soddisfatto,  lasciandosi   andare contro la spalliera della sedia, mentre le volute dell’ultima sigaretta della giornata riempivano la stanza.  Lunghe inalazioni  suggellavano  la riuscita della  sua impresa.

Ed io , gongolante di felicità , gli saltavo sulle ginocchia , inondandolo di baci , con     l’immancabile  Carosello di sottofondo  che  sanciva l’ora della buonanotte per me.

E lui, che  fingeva sempre  stupore per la mia reazione di contentezza, pur aspettandosela,  liberava una grassa risata  e  si lasciava dolcemente coccolare.

Mio padre continuò a controllarmi il quaderno anche negli anni a venire, anche quando la tecnica della scrittura mi era diventata familiare e quei tratti alla  Mirò  erano solo un vago ricordo .

Accantonati i ferri del mestiere,  si sedeva  accanto a me ad  osservare i miei progressi  scolastici,  e  gli piaceva farsi leggere le parole che davano forma a semplici pensieri compiuti  e quei  racconti , popolati da Re e Regine dal lieto finale,  che la mia  fervida fantasia liberava.

Una delicata  carezza sulla mia  guancia racchiudeva il suo orgoglio di padre e l’apprezzamento per i miei risultati.

Talvolta,  con  un  leggero colpe di tosse sottolineava  un mio strafalcione, grafico o linguistico,  e con  quel suo modo di  fare accomodante e paziente da grande pedagogo mi indicava  la corretta soluzione.

Col passare del tempo non perdemmo l’abitudine a quell’appuntamento.

La sera ci coglieva seduti vicino, sulla stesso divano,  impegnati nella lettura, ognuno perso nelle vicende del proprio libro. Qualche scambio di impressioni, la richiesta di  spiegazione di termini sconosciuti , poi il silenzio fra noi ed intorno a noi.  E  le immagini al televisore che scorrevano mute.

Non ho mai voluto disfarmi di quel mio primo quaderno, che ha resistito alla polvere del tempo e all’oblio dei ricordi,  forziere di un legame indissolubile fra noi.

Ora alla soglia degli ottanta anni è lui che mi aspetta, di  mattina, pomeriggio  e di sera , indifferentemente , per raccontarmi la sua quotidianità e per sottopormi i suoi problemi. A volte anche solo per salutarmi.

Ora il silenzio è fatto dalle parole che vorrebbe dire , ma che fatica a pronunciare  e  dai pensieri che fatica ad articolare  ed è impregnato  della vacuità  dei suoi occhi e della tacita, ma sofferta  consapevolezza di un lento ed inevitabile declino.

“ Sai, ultimamente fatico a scrivere. Non riesco più a compilare dei bollettini.  Come mai?” , mi chiede spesso,  scordandosi delle infinite volte  in cui mi ha posto lo stesso triste, inesorabile  quesito.

Allora un nodo  mi  chiude  la  gola,  quando  a fatica cerco di trovare  false ed illusorie parole per placare la sua inquietudine  e  lottare  contro  l’ineluttabilità di un evento .

 Mentre lo osservo, rifletto sulla sostanza  della vita, un percorso di salite , discese e  passaggi tortuosi  e di capovolgimenti di ruoli che richiedono un’ umile assunzione di responsabilità. Quella cui non posso e non voglio rifuggire ora.

In breve  dimentico le mie preoccupazioni e la stanchezza accumulata perché altre e di altri sono le priorità  e mi siedo accanto a lui, spalla contro spalla, come una volta.  A ruoli invertiti, però.

“ Passami il bollettino”, gli sussurro, con tutta la dolcezza possibile, sfoderando un generoso sorriso.

Nel silenzio che segue, i suoi  occhi  seguono  la mia scrittura veloce  e a me pare di  scorgere in quel mare  blu e sconfinato  del suo sguardo  un luccichio di compiacimento .

.

L’appartamento di Giuseppe Raineri - Bergamo

 

L’appartamento

 

- Che cosa ti ha detto di preciso?

- Chi?

- Sai benissimo di chi sto parlando.

- Vuoi dire Alzi?

- Sì, lui. A chi pensavi mi stessi riferendo, lavoriamo per lui, no?

Perché poi questo nomignolo? Perché tutta questa confidenza?

- Lui ha voluto così.

Mi ha detto di cominciare dalle cose più piccole, quelle sparse per casa.

- Va bene. Quindi tutto come al solito. Io comincio da qui, tu dal fondo.

 

 

Il verdetto era stato inequivocabile. Non c’era spazio per speranze se non un minuscolo appiglio a cui aggrapparsi per disperazione.

Il medico era stato tassativo, gli esami clinici, le valutazioni, i test non lasciavano spazio nemmeno a una lieve forma di ottimismo.

All’inizio sembravano piccoli incidenti, in fondo poteva trattarsi benissimo di disturbi legati all’età, invece erano segnali da non sottovalutare.

Un oggetto, che sembrava dovesse essere lì in un posto preciso, invece non c’era.

Diventava introvabile.

Sicuro era sicuro, qualcuno lo doveva avere spostato a sua insaputa o addirittura rubato, anzi era proprio così.

Lo facevano apposta per dispetto, per confonderlo.

Chi, chi poteva mai far sparire cose di poco valore, dopo tutto?

Chiaramente loro, i figli, i parenti e quelli che passavano per casa e nemmeno sapeva bene chi fossero.

Come sarebbe a dire chi fossero? Erano i suoi amici, quelli con cui andava in montagna, in bicicletta, a camminare, usciva a cena quando era ancora viva mamma.

A lui, comunque, non la si raccontava giusta.

Non era ancora rimbambito del tutto e in ogni caso occorreva far saltar fuori quello che non si trovava.

Beh, talvolta le cose ricomparivano, ma in posti impensabili.

Chi era stato? Non certo lui.

 

 

- Adesso cosa si fa?

- Sei entrato nello studio? Raramente ho visto così tanti libri, dischi, documenti.

- È la stanza più ricca di cose.

- Chissà chi era, cosa faceva questo tizio.

- E che ci importa. Per noi uno vale l’altro.

- Allora d’accordo. Cominciamo dallo studio.

 

 

Erano stati avvisati.

L’unica cosa normale in una situazione che di normale non aveva nulla, era che le cose dovessero evolvere in quel modo, chi prima, chi dopo, ma si trattava solo di tempo, ciascuno il proprio.

Le parole svanivano, i concetti che ne avevano un disperato bisogno ne uscivano claudicanti, incomprensibili.

La rabbia montava insieme alla sensazione di non venire capiti, di essere trattati con pietosa condiscendenza.

Parti intere di libri mandate a memoria si sgretolavano.

Poteva bastare ritrovarli e rileggere le parole dimenticate, ma le parole dimenticate diventarono frasi, periodi interi.

Dove si trovavano quei libri?

Ancora una volta, qualcuno si era dato da fare per spostarli, farli scomparire.

Eppure, erano stati ordinati tutti, classificati in modo da poterli recuperare senza fatica.

Maledetti loro e i cialtroni che li avevano spostati, camuffati, nascosti chissà dove!

 

 

- Con lo studio abbiamo finito. Un lavoraccio, non è vero?

- Che ne diresti se passassimo al salotto?

- Prima prendiamoci una pausa.

- Hai ragione. Stiamo lavorando come dei muli.

- Se andiamo avanti così avremo bisogno di un aiuto, i casi ormai sono tanti, troppi.

 

 

Il peggio doveva ancora arrivare, faceva timidamente capolino tra alti e bassi dove gli alti erano sempre meno alti e i bassi lo erano ancora di più.

Tra i due picchi in costante peggioramento trovavano spazi striminziti pianori di assestamento che illudevano di un temporaneo miglioramento, ma era solo una pausa di riflessione della malattia che preludeva a un nuovo scalino in discesa.

Il carattere si incupiva, rabbia e indifferenza si alternavano velocemente.

Iniziavano ad affiorare i sintomi più temuti, il dialogo veniva meno.

Volti noti e una volta fonte di gioia, ora incutevano ansie e paure. 

Accolti con un’espressione interrogativa, a volta inebetita, col tempo gli amici si dileguarono in modo elegante come se il non venire progressivamente più riconosciuti li autorizzasse a farsi da parte e scomparire, un po’ per pudore e un po’ per comprensibili timori nel non sapere come affrontare una situazione insolita e sconvolgente.

Si diluirono col tempo anche le telefonate di interessamento che il padre non riusciva più a gestire nemmeno con frasi semplici.

Il livello confusionale aveva raggiunto vette inimmaginabili che rendevano difficile ogni relazione.

Stessa sorte toccò ai figli, agli eventi recenti, agli oggetti.

Crescevano reciproche la rabbia, la diffidenza, il tormento e la depressione.

 

 

- La cucina, accidenti.

- Questa è sempre la più difficile.

- Già, tanti ammennicoli, stoviglie, elettrodomestici ingombranti, la mobilia…

- Non come l’ultima volta.

- Di che parli?

- Ti sei per caso ammalato anche tu? Non ricordi?

- Ah, se ti riferisci al pensile lasciato attaccato al muro…

- Sì proprio a quello. Il solo vederlo ha fornito dolorosissimi appigli ai pochi brandelli di memoria rimasti, che a loro volta hanno richiamato antichi ricordi e riacceso speranze vane.    

 

 

Non sembrava esserci fine alla discesa agli inferi.

Non venire riconosciuti dal proprio padre acuiva un sentimento di reciproca estraneità trasformando la vicinanza in un’esperienza mortificante e dolorosa.

Gli occhi avevano perso la vivacità di un tempo e attraverso la vacuità di sguardi spenti sembrava assente anche ogni forma di pensiero e senza dialogo diveniva impossibile anche ogni forma di relazione.

Si sentiva il peso della mancanza di un confronto dialettico, le diatribe continue su ogni argomento avevano lasciato malinconicamente spazio a silenzi che non si sapeva come riempire, se non con banali frasi di circostanza.

Ormai i tempi erano quelli del padre, lenti, ripetitivi quasi ossessivi.

Venivano a mancare i piccoli piaceri di una volta, i sapori della buona cucina, gli aromi che provenivano dalle pietanze, i colori.

Mangiare insieme, seppure nelle poche occasioni che le vite indaffarate permettevano ancora, un tempo era una gioia.

Ora non più. Il cibo si era trasformato in una mera, svogliata necessità.

Le piccole cose che davano un po’ di sapore alla vita non c’erano più.  

 

 

- Ora tocca alla camera da letto.

- Hai visto che mobili?

- Roba fine!

- Tutti in massello di noce.

- Un po’ scuro ma caldo, solido.

- Magari appartenevano ai genitori, ai nonni, ai bisnonni.

- E le lenzuola? In lino finissimo. Non se ne vedono più in giro di così belle.

- Già, ormai siamo degli esperti, con tutto quello che ci tocca vedere.

 

 

Anche nel deserto più inospitale l’aridità, la calura più soffocante non riescono a cancellare segnali di vita e l’acqua preziosa si concentra in piccole oasi dove diventa possibile il miracolo di una sopravvivenza improbabile.

Così era per quello che sembrava vivere ancora dopo l’ecatombe, la furia devastatrice che aveva privato una persona di buona parte dei ricordi e con essi dell’identità.

Gli affetti, le emozioni erano ancora possibili, anche se incarnati da chi poco o nulla ricordava l’uomo, il padre che era stato.

Ai figli la malattia disvelò aspetti fino ad allora sconosciuti, l’intensità di un bacio, di un abbraccio che si erano rassegnati a non ricevere più, pensandoli compensati da altre attenzioni e messi a tacere da un’educazione antica che tingeva di vergogna e riservatezza i segni più fisici dell’affetto.

Ne rimasero attoniti, quasi storditi, come se il tappo di una bottiglia sottoposto a forti pressioni fosse saltato all’improvviso liberando emozioni represse e prigioniere da tanto tempo, scambiate erroneamente per intollerabili debolezze.

 

 

- Dai che abbiamo quasi finito. Ci restano ancora bagno e ripostiglio

- Preferirei prima il bagno.

 

 

Un canone della malattia già scritto prevedeva anche questo: un padre pudico, riservato, attento ai dettagli, pulitissimo, che perdeva ogni attenzione di sé.

Mai e poi mai avrebbe tollerato di essere assistito nei suoi bisogni elementari, di dividere il bagno con altri che non fossero sua moglie.

Oggi non si vergognava di nulla, non capiva la differenza tra igiene e sporcizia.

Lui che non sopportava la barba più lunga di un giorno e mai era stato visto discinto e trascurato e giammai senza la veste da camera al massimo dell’intimità familiare, ora non si curava di vagare per casa in mutande, scapigliato, ispido e qualche volta sporco.

Dipendeva in tutto da altri e la gravità del suo stato era sottolineata dalla noncuranza, dalla trascuratezza, dalla assoluta assenza con cui si lasciava accudire da mani estranee.

 

 

- Siamo arrivati alla fine.

- Fortunatamente non ci sono cantine e solai da svuotare.

- Sì, ma anche con i ripostigli non si scherza.

- Ricordi e cianfrusaglie accumulate alla rinfusa lungo tutta una vita.

- Dai, diamoci da fare, altrimenti non finiamo più.

 

 

Prima che avesse il sopravvento l’annichilimento totale, che la persona, o ciò che di lei era rimasto, si piegasse definitivamente sotto il peso di un’azione distruttiva che corrodeva mente e corpo, parevano essersi conservati quasi intatti i ricordi più antichi, mentre quelli più recenti sublimavano velocemente.

Come se nella mente ormai compromessa, qualcuno avesse fatto un ordine strano nel ripostiglio dei ricordi e con questa operazione di pulizia, spostando gli oggetti più recenti in vista, avesse dato spazio a quelli più remoti facendoli riaffiorare da un passato dimenticato mescolando però le scatole in modo caotico e casuale.

Poi rapido, calò un nuovo buio.

 

 

- Fatto tutto?

- Ho preso anche le ultime cose. Cose insignificanti, del resto.

- Hai fatto bene. Ma scusa, quello perché è ancora là?

- Era impossibile staccarlo. Avremmo dovuto sventrare i muri.

- Speriamo bene, se è come dici, lasciamolo pure al suo posto.

- Ricordati di chiudere. Ti aspetto giù, ma sbrigati, abbiamo altro lavoro da fare!

 

 

La casa era ormai vuota, non rimaneva più nulla.

I muri conservavano ancora i segni, le impronte sbiadite di storie vissute.

Al minimo rumore, le pareti restituivano tristemente un’eco sorda.

Faceva ancora mostra di sé un camino in pietra col focolare che richiamava il calore della vita in comune, degli affetti, delle emozioni, di amori ancora possibili.

Lo sgombero era terminato.

Il viaggio finito.

La condanna a morte, in una prigione dorata, eseguita.

 

 

Dati autore:

Giuseppe Raineri

Data di nascita: 7.2.1959

Residenza: Bergamo 

Il patentino di Giuseppe Raineri di Bergamo

 

Il patentino

 

“Puoi dirmi una buona volta cosa ci fai alle tre della mattina qui, fermo imbambolato a guardare dentro la scarpiera?”

“Zitta! Abbassa la voce!”

“Per di più con la pila accesa.”

“E tu, tu che sei tanto freddolosa, che ci fai tu qui invece che sotto il piumone?”

“Mi hai svegliata tu. Un pachiderma si muoverebbe con maggiore delicatezza. Ti giri, ti rigiri scombinando tutte le lenzuola. Io le rimetto in ordine, ma tu niente, ti giri come una trottola e rovesci tutto quanto. Non è che mi nascondi qualcosa?”

“Che cosa vuoi che ti nasconda?”

“Te lo sto chiedendo. Magari qualche disturbino? Diciamo un tipico problema notturno. Voglio dire un problema impellente di voi maschietti?”

“Pensi veramente che abbia inscenato tutta questa sceneggiata nascondendoti una cosa tanto banale?”

“Allora spiegami cosa stai facendo di così importante a quest’ora, maledizione.”

“Accidenti, solo così le inchiodo cogliendole in fallo.”

“Chi? Che cosa?”

“Non è facile, al di là di ogni tua possibilità.”

“Adesso mi prendi anche per scema? Spostati e fammi vedere cosa c’è lì dentro.”

“No, non puoi. È diventata una questione delicatissima, eppoi con tutto il baccano che stai facendo…”

“Fatti da parte una buona volta. Voglio vedere.”

“Se te lo dico, ti calmi?”

“Forse, non te lo prometto. Prova almeno a spiegarmelo.”

“I lacci hanno un’anima, una vita nascosta. Un’intelligenza diabolica. Lo si vede da come si annodano senza che nessuno faccia niente, causando intenzionalmente difficoltà inutili, tutti i tipi di lacci, laccetti, spaghi, cavetti. Li lasci da soli un attimo e succede il finimondo, si annodano in modo indissolubile.”

“Ho capito. Pensi proprio che sia scema. Me ne torno a letto.

Fai pure la guardia alle stringhe complottiste.

Non pensare di essertela cavata. Domani a mente serena ne riparliamo. Hai bisogno di uno specialista.

Ma guarda un po’ questo cosa va a pensare, sto’ idiota.”

Lacci a parte, sulla cui questione non mi dilungherò perché so che siete d’accordo con me su quanto siano intimamente perversi, sfido chiunque a negare che lo facciano a bella posta. Vorrei invece attirare la vostra attenzione su una cosa che vi sarà certamente sfuggita, presi dalla questione ben più pregnante di quei stramaledetti.

Ho pronunciato solo parole senza una consonante in particolare, la ‘erre’ o ‘evve’ come direi io.

Fidatevi!

Scrivendo mi riesce tutto più facile, ovviamente.

Soffro di un lieve difetto di pronuncia, genericamente indicato come dislalia. Almeno, sono stati benevoli nell’evitare di produrre il difetto nel definirlo.

E qui giungiamo finalmente al nocciolo delle questione.

Se è noto che da generazioni e generazioni fino a che i miei ne avessero memoria, tutto un’asse della linea paterna presentava a ripetizione lo stesso difetto, come può venire in mente, se non con un’oculata malizia, di chiamare il maschietto primogenito come hanno chiamato me?

Non certo Claudio, Luciano, Silvio, Luca, Alfio o un nome qualunque possibile tra tanti.

Macché!

Ruggero mi chiamarono o “Vuggevo” come direi io.

Sarei potuto nascere in Cina in Giappone, no! In Francia mi sarebbe andata forse meglio, ma qui non si tratta di una erre rutilante o moscia, piuttosto è proprio uno scambio sistematico di lettera.

Non soddisfatti ne aggiunsero un secondo: Ruperto in onore del nonno materno, che Dio l’abbia in gloria!

La perfidia non finisce qui perché con una vena di sadica ironia, il nome di battesimo ha assonanza con il mio cognome: Ruggieri. Un capolavoro: ‘Vuggevo Vupevto Vuggievi’.

Eccolo qui il risultato di ingegnose macchine da guerra onomastiche.

Un genitore dovrebbe avere un patentino per onorare il ruolo di padre, di madre!

Da piccolo mi hanno brutalizzato con esercizi e filastrocche. Tutto inutile. Schiere di logopedisti fallirono. Uno si mise a storpiare le parole come me. Smise di esercitare.

Ogni volta che mi presentavo coglievo il sorrisino malefico di compiacimento, di compassione solidale.

D’accordo, ci sono problemi più seri a questo mondo, ma non è che ci si debba consolare se non siamo stati travolti da un enorme autotreno mentre si camminava amabilmente su un sentierino di montagna; scampare ad una morte a così alta improbabilità non mi consola neanche un po’.

La cosa più grave è che ci ho messo del mio per peggiorare la situazione.

Il lavoro, già il lavoro perfetto: ne scelsi uno che eleggeva relazioni pubbliche a norma quotidiana.

In amore godetti di fortune alterne.

Da amatore seriale collezionai una quantità indefinita di relazioni con donne molto diverse, ma tutte con lo stesso problema, per me.

Non potevo certo rifiutarle per un motivo tanto banale.

Mai una Paola, Luisa, Livia, Gelsomina, Valentina, mai!

Infilai una serie di Aurora, Roberta, Carla, Rosanna, Mariarosa fino a quella che infine sposai: l’amatissima Mariarosaria che pretendeva che il suo nome fosse pronunciato sempre per intero.

Solo con una non ce la feci proprio. Il nome era breve, carino: Lara, ma ogni volta che lo pronunciavo, soprattutto nei momenti più intimi, le veniva da ridere al punto che non c’era verso di proseguire, qualunque, dico qualunque, cosa stessimo facendo. Era irritante. L’amavo, la lasciai e sul punto più critico del mio discorso impegnato, preparato per ore con il dovuto carico di drammaticità: “Lava, mia cava…” lei si girò nascondendo il volto tra le mani. Sembrava singhiozzasse. Invece, le era presa una delle crisi di riso inarrestabili, incontenibili. Punto. Storia finita.  

Alla fine, l’epilogo, inevitabile: finalmente genitore.

Entrai commosso nella stanza. Lei era lì esausta e felice con il minuscolo batuffolo tra le braccia.

“Saluta papino. Prenditelo in braccio. Guarda che devi abituarti a farlo, sai?”

Cambio di tono in funzione del destinatario.

Temevo quello che mi aspettava.

“Come lo chiamiamo? Hai pensato a quello che ti ho detto?”

“Sì. Avrà il nome del nonno, mio padre. Non posso rinunciarvi. Chiaro?”

Chiarissimo.

Balbettai, esitai. Trovai il coraggio e cedetti.

“Ben… Benvenuto…”

Chiusi gli occhi.

“… Viccavdino… E che Dio ce la mandi buona!”


 

Dati autore:

Giuseppe Raineri

Data di nascita: 7.2.1959

Residenza: Bergamo – 


Furaha di Iva Osenda - Tarantasca

 

FURAHA

 

Era rannicchiata nella radura: piccola, un insieme di ossa fragili, sola, con gli occhi aperti ma spenti. La scimmietta aspettava la morte, ormai le speranze per lei erano finite. Abbandonata dalla madre o chissà, sottratta al branco da qualche disgraziato. Il suo piccolo, piccolissimo corpo si stava arrendendo, quando, mio zio la vide.

Anime simili a stracci vecchi e sbiaditi in corpi stanchi, marciavano verso la costa. Finalmente la guerra era finita e i vivi potevano attraversare di nuovo il mare e tornare nel calore delle loro case e cercare di imbastire e ricucire ciò che era, ed impastare il tutto con un’idea di pace che potesse permettere loro di andare avanti. I morti, loro sì, erano in pace ovunque i loro corpi giacessero: in patria, in terra nemica o nelle colonie.

Quanto era stato anelato quel momento! Finalmente la libertà. Ne parlavano sommessi, alcuni piangevano. Basta atrocità, orrore, infamia. Sofferenza e morte erano stati i loro compagni di viaggio in quella terra lontana. Alcuni avevano lasciato sul campo di battaglia dei pezzi di corpo: tutti avevano lasciato dei pezzi di anima. Ma ora si tornava a casa. Potevano piangere e sorridere: tra poco, tra pochissimo avrebbero riabbracciato i loro affetti. Mogli, figli, genitori, fratelli: tutti a casa ad attendere il loro ritorno.

Mio zio afferrò quel corpicino malandato, lo infilò sulla pelle, sotto la camicia e con fare indifferente continuò a marciare. Di nascosto provò a nutrirlo, lo pulì come poté. Era una scimmietta femmina: il cuore batteva ma lei non muoveva nulla come se la vita fosse un affare che non le appartenesse. Solo dopo molte ore il corpo iniziò a reagire a quelle cure rudimentali.

Le brutture della guerra trasformarono lo zio in un uomo silenzioso: spesso i suoi occhi si fermavano a guardare cose che solo lui poteva vedere.

Lo zio! Alto, di stazza imponente con quegli occhi liquidi e bovini. Le cattiverie e le barbarie non erano riuscite a scalfire il suo animo buono. Ringraziando Iddio rimase puro e semplice per tutta la vita. Non raccontava della guerra: quando qualcuno chiedeva, lui rispondeva semplicemente che la guerra la capisce solamente chi l’ha vissuta. Poi se ne andava nella stalla. Lo sentii spesso parlare con gli animali: bisbigliava in dialetto, a volte piangeva.

Per tutto il viaggio la scimmietta lottò tra la vita e la morte ed infine decise per la vita. Nel cuore della notte, mentre la nave viaggiava serena in alto mare e il vento non fiatava, mentre i soldati dormivano o fumavano silenziosi sul ponte, mentre la terra d’Africa si allontanava come si allontanano i presagi peggiori, mentre la guerra pareva lontana e finita da una vita intera, lo zio sussurrò all’orecchio della scimmietta il nome che aveva scelto per lei: “Furaha”. Sapeva che significava “fortuna”, aveva sentito tra la folla di una città delle donne ripetere quella parola; gli era parso un suono dolce tanto che non se l’era più scordato. Ora, in quella notte che segnava la fine, sentiva una necessità fisica di fortuna.

Costretti a sprecare anni preziosi a rincorrere il nulla, ad imbracciare fucili, prendere ordini da uomini mossi da sentimenti cattivi, veder soffrire e veder morire. Doveva per forza iniziare un periodo di pace dove ognuno, a modo suo, avrebbe potuto costruirsi una normalità, una vita. “Furaha!” ripeteva sorridendo. Il suono acquistava un sapore dolce, zucchero per l’anima. Leniva e curava.

Una volta giunto in famiglia, lo zio, donò quel mucchietto d’ossa a sua madre come una reliquia, un pezzo d’Africa strappata alla disumanità. Divenne il simbolo del ritorno a casa. La nonna pensava addirittura che quell’esserino fosse un dono del cielo, un talismano. Il figlio era tornato sano e salvo, senza mutilazioni, senza un graffio apparente. Il suo corpo era integro e questo, ad un genitore, a volte basta. Durante le lunghe notti insonni, la sagoma dello zio si stagliava contro la collina e il fumo del sigaro saliva verso le stelle, la casa dormiva. Nessuno sapeva.

Mia nonna accudì con amore la scimmietta e accettò lo strano nome che il figlio aveva scelto per lei. Furaha era la sua ombra: dove c’era una, immediatamente compariva l’altra. La nutriva con pazienza e spesso le piccole mani rugose della scimmietta si avvinghiavano al suo collo e tra le sue braccia dormiva serena. Da frugoletto fragile ed indifeso divenne in pochi anni una grossa scimmia dal manto scuro, dallo sguardo profondo con denti ed unghie affilati.

L’amore che provava per la nonna era assoluto: la adorava. Si sedeva in cucina con lei nelle lunghe sere invernali. La nonna la vezzeggiava. Lei emetteva versi di felicità. Spesso si intendevano con uno sguardo. Erano complici a modo loro. Ma col passare del tempo Furaha iniziò a cambiare atteggiamento. Non gradiva che le persone si avvicinassero alla nonna, non vedeva di buon occhio i bambini. Aveva sviluppato una sorta di amore a senso unico: la nonna era sua, sua soltanto. La mole di Furaha divenne importante, era alta e pesante e quando pensava di dover proteggere la nonna diventava una furia.

A quel punto intervennero gli uomini di famiglia: la decisione fu presa in modo sbrigativo. Poco valsero le proteste e i pianti di mia nonna. Erano tempi ruvidi, in cui alle donne non competevano le decisioni. L’uomo portava i pantaloni e questo bastava a far sì che la donna piegasse la testa al suo volere. Lo diceva la moglie in chiesa il giorno in cui si sposava: con una formula concisa giurava fedeltà e sottomissione. E per tutta la vita quella frase ripetuta davanti a Dio e stampata a fuoco nell’anima, diveniva Vangelo. Quel mattino quando la nonna entrò in cucina, Furaha le dava le spalle: il volto guardava desolato il muro, gli occhi erano spenti. Non mangiò. Nel pomeriggio i braccianti del circo arrivarono presso la cascina dei nonni: legarono Furaha. Come un prigioniero che inesorabile cammina verso la sua esecuzione, raggiunse la gabbia “a testa alta”. Non un lamento. Non si voltò, quasi temesse di incrociare gli occhi di quella donna che per lei era diventata una madre. Non voleva aggiungere e amplificare il dolore immenso che provava e allo stesso tempo, non voleva acuire il dolore della nonna.

Mite si rannicchiò nella gabbia. Nonna pianse per molto tempo la perdita di quella “figlia”. Il suo carattere duro e forgiato di donna a cui la vita non aveva risparmiato alcun dolore, divenne fragile. Perse la sua bellezza fiera. Come suo figlio, guardava ciò che noi non potevamo vedere. Furaha le appariva spesso in sogno come appaiono le anime a cui si è legati da un amore privilegiato. In uno di quei sogni la scimmietta consolò mia nonna, la cullò dolcemente e la portò via con lei.

Il mio nome è… di Giuseppe Raineri, Bergamo

Il mio nome è…

 

Non odio chi fece di me scempio.

Mi rubarono occhi, pelle, cuore, la vita

con la ferocia che non è di bestie, non è di uomini.

Ho scelto di vivere da persona,

non da uomo, non da donna.

Poche ore di dolore acuto, disumano, intenso, inimmaginabile,

hanno fatto di me l’indimenticabile.

Ingiusta la condanna, ignominiosa la morte.

Ho gridato, ho avuto paura, ho dubitato.

Non feci vile baratto della verità con la vita.

Ho camminato in mezzo a voi tutti i giorni,

trafitti dalla sapienza e dalla saggezza,

spogliati da ipocrisie e incoerenze

eppure

mai pronunciaste condanne sul mio nome.

Quando avevo bisogno di voi

di voi non c’era più nessuno,

codardia e omertà si sono convertite in silente complicità,

questo è stato il più doloroso oltraggio.

Nella solitudine mi furono compagne sconfitta e indifferenza.

Il potere legittima il male ad uno solo

per difendere il bene di molti

ma l’onta della colpa non verrà lavata

nulla potrà mai giustificarla.

Non sarà la memoria dei posteri a darmi pace,

tornassi mille volte

mille volte mi uccidereste.

A nulla sarà servita la mia morte

né lo sarà il ricordo tragico dell’affronto, della violenza,

se i miei assassini

continueranno ad essere padri e figli

di chi con insensata tenacia

perpetua lo stesso crimine.

Cresce la conoscenza degli uomini ma non l’umanità

la bellezza superba e suntuosa dell’universo

non ha il potere di mitigare

lo spirito bellicoso e insensato

degli animi cinici e fanatici

di poveri arroganti che la ignorano senza pudore.

Il feroce attaccamento alla vita

l’obbligo di vivere ad ogni costo

perderà chi vorrà unica la propria salvezza.

 

Il mio nome è Ipazia,

Teone ed Alessandria la sapiente mi furono genitori amatissimi

e il Serapeo è stata la mia casa.

 

Giuseppe Raineri

Data di nascita: 7.2.1959

Residenza: Bergamo –  24123