lunedì 30 giugno 2025

La pazienza del ragno di Elisa Marchinetti, Noceto di Parma

 

La pazienza del ragno

  

 

 

Il  mio primo contatto con la scrittura un’affascinazione istantanea,  accolta  con lo  stupore innocente di una rivelazione  magica .

Quella che solo una bambina di  sei anni,  curiosamente   animata  dalla  sete di imparare, può  gustare dall’incontro di  una matita con  un quaderno.

I miei primi approcci con la forma scritta, in quel gesto della mia mano che delineava parole, un delirio di gioia e sorpresa insieme. E di scoperta, soprattutto. Per mio padre  un delirio vero e proprio, invece.

Li ricordo bene quei momenti quando la voracità nel dar forma ad un pensiero incontrava il foglio bianco e candido e nell’irruenza di un gesto ancora maldestro  tratteggiavo linee che raramente rispettavano il rigo, ma che perseguivano una loro surreale  traiettoria, spesso esulando in spazi sconfinati.

Una grafia  di  rapide  salite, come di repentine discese,  in un  virtuosismo   di   vocali informi  e consonanti scombinate. L’incipit agitato di una sinfonia wagneriana.  Di quella creativa  foga  iniziale era  il tratto a subirne  gli eccessi: i primi disegni, così come le prime lettere, erano  vergati da  un segno  rozzo  e duro, quasi solchi che si imprimevano nella pagina ed in quelle  a seguire,  come se  nella mano  avessi concentrata la forza di un contadino. In realtà, la tenacia  di uno scricciolo che  a malapena spuntava dal banco  con i  piedini  danzanti  sospesi sul poggiolo, ma che  riversava in quegli esercizi  il massimo dell’impegno.

Tutto di me confluiva in quel gesto: nella tensione dell’ attimo, la lingua spuntava appena dai denti serrati, mentre china sul quaderno, con la matita tenuta ben salda tra le dita tozze e cicciottelle, tentavo di dominare la  mia scrittura informe. E quell’ansia  febbrile di giungere ad un risultato immediato.

Mi rivedo in  una foto che mia madre conserva con cura nel tinello di casa, scattata dal fotografo  ufficiale nei primi giorni di scuola, l’istantanea fedele  di un’esperienza emozionale  vissuta con puerile  entusiasmo:  due  svettanti codini alla Pippi Calzelunghe  spuntano  da un volto  paffutello dal roseo incarnato.

Un  sorriso solare, benchè   sgraziato  dagli ampi  spazi i vuoti  fra i denti, e  due pupille   sprizzanti  gioia e determinazione rivelano  incanto  ed innocenza e tutta l’intenzione  di mordere la vita.  Un  fiocco rosa, dalle galle sbilenche,  penzola scombinato  sul grembiulino quadrettato. Nel quadro d’insieme,   il dettaglio che stona e che  fa la differenza.

Resistevo, infatti,  con quell’ingombro al collo giusto il tempo  di varcare i cancelli della scuola,  poi in classe,  nel volgere di pochi minuti, travolta dalla smania del fare scordavo la litania delle raccomandazioni  mattutine  ed il galateo impostomi  da mia madre.

Lì, in quel mondo che era il mio, il  disordine scalciava l’ordine  e la sostanza  dominava sulla forma.  A dispetto  di mia madre e della sua cura maniacale nel prepararmi. E della sua  ossessione del  fiocco inamidato.   

“Sembri un maschiaccio così conciata!”,  brontolava lei al mio ritorno, scuotendo la testa ed inanellando una sfilza di lamentele per le sue speranze disattese.

Poi, se ne andava sconsolata e ferita nell’orgoglio di madre premurosa,  lasciando che la sua voce gracchiante   riecheggiasse per le stanze.

“ Hai troppa fretta” , sentenziava, invece, mio padre con voce calma e ferma,  mentre tentava con certosina pazienza di rabberciare il mio quaderno.

 O meglio, ciò che ne restava: un accumulo di fogli pasticciati e stropicciati che, come i petali delle margherite, al primo leggero contatto  si staccavano dal dorso, uno dopo l’altro .

Già perchè non solo il gestire la matita  rappresentava  un'impresa, ma anche usare la gomma con cura  e calibrarne gli interventi  era  per  me un'operazione difficile.

A quella strana pallina, rossa per la matita e blu per la biro,  di cui  imparai  solo col tempo  l’uso corretto, avevo agli inizi attribuito un potere salvifico e magico, la manna da usare al momento opportuno  per rimediare  ai miei continui  orrori grafici.

Ma era tutta una questione di misura,  di calma e pazienza. Proprio ciò in cui difettavo.

Infatti, più sbagliavo, più ricorrevo ad un suo uso spasmodico  e più cancellavo, dopo aver affogato la punta della gomma in un mare di saliva, più larghi i buchi diventavano riducendo il foglio ad un colabrodo di fori!

Spettava a mio padre porre rimedio a quello scempio visivo.

La sera, dopo cena, era il  momento  in cui si prendeva cura di me e non c’erano  preoccupazioni,  né affaticamenti che lo allontanassero da quel compito e che  gli impedissero di  dedicarmi  tutte le sue attenzioni. Dopo essersi lavato con cura le mani, quasi un chirurgo prima di un intervento, recuperava i suoi attrezzi per il pronto intervento: colla, forbici e scotch.

L’ appuntamento era in sala da pranzo, con la luce del  lampadario dal lungo stelo  che scendeva quasi sopra le nostre teste ravvicinate e che, illuminando il tavolo, enfatizzava le mie disavventure scolastiche e la mia dipendenza fisica ed  affettiva  da lui.

Era quello  il nostro momento,  la  condivisione di un rapporto speciale, che si nutriva   per entrambi  di  lunghi silenzi  e di reciproci  profondi sguardi,  dove la  mia attenta osservazione di ogni suo minimo gesto captava   i suoi  taciti ammonimenti delicatamente suggeriti e quei  semplici insegnamenti tramandati più con i gesti che con le parole.

Perché  poche, anzi pochissime,  a dir la verità  erano quelle che pronunciava. Ma di peso.

Lui, che del  pragmatismo  aveva fatto la sua bandiera, disdegnava la retorica e le lunghe prediche, convinto che l’esempio contasse più dei rimproveri e dei castighi e che  il sostegno rappresentasse una vera forma d’amore. Come quella che si materializzava in quell’atmosfera ovattata, intima e seducente, nella complicità di un evento.  Io e lui, spalla contro spalla, ed  i nostri respiri a riempire l’aria.

 Il resto, in quel frangente,  ci era indifferente.

“Passami la forbice”, mi bisbigliava con pacata determinazione prima di  passare  all’azione.

Con quella ritagliava sottili  strisce di scotch che posizionava con estrema delicatezza  sui  vari fori che costellavano le righe.

“ Tieni premuto qui” mi indicava, prendendomi l’indice e mostrandomi il punto dove fare pressione, mentre con  estrema cura cercava di far ben aderire il  nastro adesivo al foglio. Poi  eliminava con la forbice le parti superflue .

 Mi sorprendo ancora oggi al ripensare alla sua precisione, a quelle sottili strisce che si attaccavano  senza una grinza alla pagina,  alla sua meticolosità nell’eseguire i vari passaggi  e alla sua  calma rassicurante .

Terminate le operazioni,  quasi fosse un cuscino, sprimacciava il quaderno a lungo, cercando di ridargli un aspetto quantomeno decoroso. Lasciava passare qualche minuto, infine  lentamente lo apriva e , sfogliando pagina dopo pagina , osservava il lavoro di ripiego e ripristino che aveva compiuto,   una sorta d’ intervento di  rimise en forme cartaceo;  quegli inestetici  buchi da groviera, che avevano riempito  le pagine, erano spariti, asfaltati da manti di strisce di scotch ed il dorso era stato rinforzato da dosi abbondanti di colla. Il risultato: fogli quasi plastificati ed un quaderno dalla struttura semicartonata.

 Di più e meglio, sicuramente, non sarebbe stato  possibile.

“ Ora sì che va bene ”, dichiarava  mio padre soddisfatto,  lasciandosi   andare contro la spalliera della sedia, mentre le volute dell’ultima sigaretta della giornata riempivano la stanza.  Lunghe inalazioni  suggellavano  la riuscita della  sua impresa.

Ed io , gongolante di felicità , gli saltavo sulle ginocchia , inondandolo di baci , con     l’immancabile  Carosello di sottofondo  che  sanciva l’ora della buonanotte per me.

E lui, che  fingeva sempre  stupore per la mia reazione di contentezza, pur aspettandosela,  liberava una grassa risata  e  si lasciava dolcemente coccolare.

Mio padre continuò a controllarmi il quaderno anche negli anni a venire, anche quando la tecnica della scrittura mi era diventata familiare e quei tratti alla  Mirò  erano solo un vago ricordo .

Accantonati i ferri del mestiere,  si sedeva  accanto a me ad  osservare i miei progressi  scolastici,  e  gli piaceva farsi leggere le parole che davano forma a semplici pensieri compiuti  e quei  racconti , popolati da Re e Regine dal lieto finale,  che la mia  fervida fantasia liberava.

Una delicata  carezza sulla mia  guancia racchiudeva il suo orgoglio di padre e l’apprezzamento per i miei risultati.

Talvolta,  con  un  leggero colpe di tosse sottolineava  un mio strafalcione, grafico o linguistico,  e con  quel suo modo di  fare accomodante e paziente da grande pedagogo mi indicava  la corretta soluzione.

Col passare del tempo non perdemmo l’abitudine a quell’appuntamento.

La sera ci coglieva seduti vicino, sulla stesso divano,  impegnati nella lettura, ognuno perso nelle vicende del proprio libro. Qualche scambio di impressioni, la richiesta di  spiegazione di termini sconosciuti , poi il silenzio fra noi ed intorno a noi.  E  le immagini al televisore che scorrevano mute.

Non ho mai voluto disfarmi di quel mio primo quaderno, che ha resistito alla polvere del tempo e all’oblio dei ricordi,  forziere di un legame indissolubile fra noi.

Ora alla soglia degli ottanta anni è lui che mi aspetta, di  mattina, pomeriggio  e di sera , indifferentemente , per raccontarmi la sua quotidianità e per sottopormi i suoi problemi. A volte anche solo per salutarmi.

Ora il silenzio è fatto dalle parole che vorrebbe dire , ma che fatica a pronunciare  e  dai pensieri che fatica ad articolare  ed è impregnato  della vacuità  dei suoi occhi e della tacita, ma sofferta  consapevolezza di un lento ed inevitabile declino.

“ Sai, ultimamente fatico a scrivere. Non riesco più a compilare dei bollettini.  Come mai?” , mi chiede spesso,  scordandosi delle infinite volte  in cui mi ha posto lo stesso triste, inesorabile  quesito.

Allora un nodo  mi  chiude  la  gola,  quando  a fatica cerco di trovare  false ed illusorie parole per placare la sua inquietudine  e  lottare  contro  l’ineluttabilità di un evento .

 Mentre lo osservo, rifletto sulla sostanza  della vita, un percorso di salite , discese e  passaggi tortuosi  e di capovolgimenti di ruoli che richiedono un’ umile assunzione di responsabilità. Quella cui non posso e non voglio rifuggire ora.

In breve  dimentico le mie preoccupazioni e la stanchezza accumulata perché altre e di altri sono le priorità  e mi siedo accanto a lui, spalla contro spalla, come una volta.  A ruoli invertiti, però.

“ Passami il bollettino”, gli sussurro, con tutta la dolcezza possibile, sfoderando un generoso sorriso.

Nel silenzio che segue, i suoi  occhi  seguono  la mia scrittura veloce  e a me pare di  scorgere in quel mare  blu e sconfinato  del suo sguardo  un luccichio di compiacimento .

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