La pazienza del ragno
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Il
mio primo contatto con la scrittura
un’affascinazione istantanea, accolta
con lo stupore innocente di una
rivelazione magica .
Quella
che solo una bambina di sei anni, curiosamente
animata dalla sete di imparare, può gustare dall’incontro di una matita con un quaderno.
I
miei primi approcci con la forma scritta, in quel gesto della mia mano che
delineava parole, un delirio di gioia e sorpresa insieme. E di scoperta,
soprattutto. Per mio padre un delirio
vero e proprio, invece.
Li
ricordo bene quei momenti quando la voracità nel dar forma ad un pensiero
incontrava il foglio bianco e candido e nell’irruenza di un gesto ancora
maldestro tratteggiavo linee che
raramente rispettavano il rigo, ma che perseguivano una loro surreale traiettoria, spesso esulando in spazi
sconfinati.
Una
grafia di rapide
salite, come di repentine discese,
in un virtuosismo di
vocali informi e consonanti
scombinate. L’incipit agitato di una sinfonia wagneriana. Di quella creativa foga
iniziale era il tratto a
subirne gli eccessi: i primi disegni,
così come le prime lettere, erano
vergati da un segno rozzo
e duro, quasi solchi che si imprimevano nella pagina ed in quelle a seguire,
come se nella mano avessi concentrata la forza di un contadino.
In realtà, la tenacia di uno scricciolo
che a malapena spuntava dal banco con i
piedini danzanti sospesi sul poggiolo, ma che riversava in quegli esercizi il massimo dell’impegno.
Tutto
di me confluiva in quel gesto: nella tensione dell’ attimo, la lingua spuntava
appena dai denti serrati, mentre china sul quaderno, con la matita tenuta ben
salda tra le dita tozze e cicciottelle, tentavo di dominare la mia scrittura informe. E quell’ansia febbrile di giungere ad un risultato
immediato.
Mi
rivedo in una foto che mia madre
conserva con cura nel tinello di casa, scattata dal fotografo ufficiale nei primi giorni di scuola, l’istantanea
fedele di un’esperienza emozionale vissuta con puerile entusiasmo: due
svettanti codini alla Pippi Calzelunghe
spuntano da un volto paffutello dal roseo incarnato.
Un sorriso solare, benchè sgraziato
dagli ampi spazi i vuoti fra i denti, e due pupille
sprizzanti gioia e determinazione
rivelano incanto ed innocenza e tutta l’intenzione di mordere la vita. Un
fiocco rosa, dalle galle sbilenche,
penzola scombinato sul
grembiulino quadrettato. Nel quadro d’insieme, il
dettaglio che stona e che fa la
differenza.
Resistevo,
infatti, con quell’ingombro al collo
giusto il tempo di
varcare i cancelli della scuola, poi in
classe, nel volgere di pochi minuti,
travolta dalla smania del fare scordavo la litania delle raccomandazioni mattutine
ed il galateo impostomi da mia
madre.
Lì,
in quel mondo che era il mio, il disordine
scalciava l’ordine e la sostanza dominava sulla forma. A dispetto di mia madre e della sua cura maniacale nel
prepararmi. E della sua ossessione del fiocco inamidato.
“Sembri
un maschiaccio così conciata!”, brontolava lei al mio ritorno, scuotendo la
testa ed inanellando una sfilza di lamentele per le sue speranze disattese.
Poi,
se ne andava sconsolata e ferita nell’orgoglio di madre premurosa, lasciando che la sua voce gracchiante riecheggiasse per le stanze.
“
Hai troppa fretta” , sentenziava, invece, mio padre con voce calma e ferma, mentre tentava con certosina pazienza di
rabberciare il mio quaderno.
O meglio, ciò che ne restava: un accumulo di
fogli pasticciati e stropicciati che, come i petali delle margherite, al primo
leggero contatto si staccavano dal dorso,
uno dopo l’altro .
Già
perchè non solo il gestire la matita
rappresentava un'impresa, ma
anche usare la gomma con cura e calibrarne
gli interventi era per me un'operazione
difficile.
A
quella strana pallina, rossa per la matita e blu per la biro, di cui imparai
solo col tempo l’uso corretto,
avevo agli inizi attribuito un potere salvifico e magico, la manna da usare al
momento opportuno per rimediare ai miei continui orrori grafici.
Ma
era tutta una questione di misura, di
calma e pazienza. Proprio ciò in cui difettavo.
Infatti,
più sbagliavo, più ricorrevo ad un suo uso spasmodico e più cancellavo, dopo aver affogato la punta
della gomma in un mare di saliva, più larghi i buchi diventavano riducendo il
foglio ad un colabrodo di fori!
Spettava
a mio padre porre rimedio a quello scempio visivo.
La
sera, dopo cena, era il momento in cui si prendeva cura di me e non
c’erano preoccupazioni, né affaticamenti che lo allontanassero da quel
compito e che gli impedissero di dedicarmi
tutte le sue attenzioni. Dopo essersi lavato con cura le mani, quasi un
chirurgo prima di un intervento, recuperava i suoi attrezzi per il pronto
intervento: colla, forbici e scotch.
L’
appuntamento era in sala da pranzo, con la luce del lampadario dal lungo stelo che scendeva quasi sopra le nostre teste
ravvicinate e che, illuminando il tavolo, enfatizzava le mie disavventure
scolastiche e la mia dipendenza fisica ed affettiva da lui.
Era
quello il nostro momento, la condivisione di un rapporto speciale, che si
nutriva per entrambi
di lunghi silenzi e di reciproci profondi sguardi, dove la mia attenta osservazione di ogni suo minimo
gesto captava i suoi taciti ammonimenti delicatamente suggeriti e quei
semplici insegnamenti tramandati più con
i gesti che con le parole.
Perché poche, anzi pochissime, a dir la verità erano quelle che pronunciava. Ma di peso.
Lui,
che del pragmatismo aveva fatto la sua bandiera, disdegnava la
retorica e le lunghe prediche, convinto che l’esempio contasse più dei
rimproveri e dei castighi e che il
sostegno rappresentasse una vera forma d’amore. Come quella che si
materializzava in quell’atmosfera ovattata, intima e seducente, nella
complicità di un evento. Io e lui,
spalla contro spalla, ed i nostri
respiri a riempire l’aria.
Il resto, in quel frangente, ci era indifferente.
“Passami
la forbice”, mi bisbigliava con pacata determinazione prima di passare
all’azione.
Con
quella ritagliava sottili strisce di
scotch che posizionava con estrema delicatezza
sui vari fori che costellavano le
righe.
“
Tieni premuto qui” mi indicava, prendendomi l’indice e mostrandomi il punto
dove fare pressione, mentre con estrema
cura cercava di far ben aderire il
nastro adesivo al foglio. Poi eliminava
con la forbice le parti superflue .
Mi sorprendo ancora oggi al ripensare alla sua
precisione, a quelle sottili strisce che si attaccavano senza una grinza alla pagina, alla sua meticolosità nell’eseguire i vari
passaggi e alla sua calma rassicurante .
Terminate
le operazioni, quasi fosse un cuscino,
sprimacciava il quaderno a lungo, cercando di ridargli un aspetto quantomeno
decoroso. Lasciava passare qualche minuto, infine lentamente lo apriva e , sfogliando pagina
dopo pagina , osservava il lavoro di ripiego e ripristino che aveva compiuto, una
sorta d’ intervento di rimise en forme
cartaceo; quegli inestetici buchi da groviera, che avevano riempito le pagine, erano spariti, asfaltati da manti
di strisce di scotch ed il dorso era stato rinforzato da dosi abbondanti di
colla. Il risultato: fogli quasi plastificati ed un quaderno dalla struttura
semicartonata.
Di più e meglio, sicuramente, non sarebbe
stato possibile.
“ Ora
sì che va bene ”, dichiarava mio padre
soddisfatto, lasciandosi andare
contro la spalliera della sedia, mentre le volute dell’ultima sigaretta della
giornata riempivano la stanza. Lunghe
inalazioni suggellavano la riuscita della sua impresa.
Ed
io , gongolante di felicità , gli saltavo sulle ginocchia , inondandolo di baci
, con l’immancabile
Carosello di sottofondo che sanciva l’ora della buonanotte per me.
E
lui, che fingeva sempre stupore per la mia reazione di contentezza,
pur aspettandosela, liberava una grassa
risata e si lasciava dolcemente coccolare.
Mio
padre continuò a controllarmi il quaderno anche negli anni a venire, anche
quando la tecnica della scrittura mi era diventata familiare e quei tratti
alla Mirò erano solo un vago ricordo .
Accantonati
i ferri del mestiere, si sedeva accanto a me ad osservare i miei progressi scolastici,
e gli piaceva farsi leggere le
parole che davano forma a semplici pensieri compiuti e quei
racconti , popolati da Re e Regine dal lieto finale, che la mia fervida fantasia liberava.
Una
delicata carezza sulla mia guancia racchiudeva il suo orgoglio di padre e
l’apprezzamento per i miei risultati.
Talvolta,
con
un leggero colpe di tosse
sottolineava un mio strafalcione,
grafico o linguistico, e con quel suo modo di fare accomodante e paziente da grande pedagogo
mi indicava la corretta soluzione.
Col
passare del tempo non perdemmo l’abitudine a quell’appuntamento.
La
sera ci coglieva seduti vicino, sulla stesso divano, impegnati nella lettura, ognuno perso nelle
vicende del proprio libro. Qualche scambio di impressioni, la richiesta di spiegazione di termini sconosciuti , poi il
silenzio fra noi ed intorno a noi. E le
immagini al televisore che scorrevano mute.
Non
ho mai voluto disfarmi di quel mio primo quaderno, che ha resistito alla
polvere del tempo e all’oblio dei ricordi,
forziere di un legame indissolubile fra noi.
Ora
alla soglia degli ottanta anni è lui che mi aspetta, di mattina, pomeriggio e di sera , indifferentemente , per raccontarmi
la sua quotidianità e per sottopormi i suoi problemi. A volte anche solo per
salutarmi.
Ora
il silenzio è fatto dalle parole che vorrebbe dire , ma che fatica a
pronunciare e dai pensieri che fatica ad articolare ed è impregnato della vacuità
dei suoi occhi e della tacita, ma sofferta consapevolezza di un lento ed inevitabile
declino.
“
Sai, ultimamente fatico a scrivere. Non riesco più a compilare dei bollettini. Come mai?” , mi chiede spesso, scordandosi delle infinite volte in cui mi ha posto lo stesso triste,
inesorabile quesito.
Allora
un nodo mi chiude
la gola, quando a fatica cerco di trovare false ed illusorie parole per placare la sua
inquietudine e lottare contro l’ineluttabilità di un evento .
Mentre lo osservo, rifletto sulla
sostanza della vita, un percorso di
salite , discese e passaggi
tortuosi e di capovolgimenti di ruoli
che richiedono un’ umile assunzione di responsabilità. Quella cui non posso e
non voglio rifuggire ora.
In
breve dimentico le mie preoccupazioni e
la stanchezza accumulata perché altre e di altri sono le priorità e mi siedo accanto a lui, spalla contro
spalla, come una volta. A ruoli
invertiti, però.
“
Passami il bollettino”, gli sussurro, con tutta la dolcezza possibile,
sfoderando un generoso sorriso.
Nel
silenzio che segue, i suoi occhi seguono la mia scrittura veloce e a me pare di scorgere in quel mare blu e sconfinato del suo sguardo un luccichio di compiacimento .
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