mercoledì 24 aprile 2019

Giuseppe Mandia - Morire in un giorno di festa


Morire in un giorno di festa
(a G. G. e G. L. morti sul lavoro il giorno di Pasqua)


Non fa festa la morte. Non conosce fermate né ricorrenze.
Con proditorio spregio ghermisce braccia, gambe, sogni, destini
ogni dì scegliendo la più subdola via per colpire.
Ha sembianze di macchine, cavi elettrici, cisterne,
tettoie, pozzi, impalcature.
S’insinua tra rifugi di buone intenzioni
e protocolli da approvare; faldoni da timbrare
e organizzazioni da verificare;
fogli e intenti spersi tra le caligini
di un tempo che non conosce tempo.
Sbeffeggia leggi che non vincono il suo passo
lente lente riflettendo su come e quando
iniziare la corsa per la vita, per il divenire.
Eppure voi invece repentinamente avevate agito
il vessillo della sicurezza alzato
lasciando in fretta visi gioiosi
la corte di affetti, la tavola colma di abbracci
in quell’ultimo scampolo di aprile che avreste respirato.
È successo in un attimo.
Come deve esser stato atroce così morire.
Un’anomalia quell’esplosione.
È inaccettabile. Lo avevamo detto noi che…
Un coro di voci stampate nel quotidiano che riporta morte.
Disomogeneo impotente esercito di parole
nel rotocalco furioso della morte.
E non rivedranno più queste due giuste anime
la curva morbida abbracciante di un tramonto
il verde vigoroso di un prato in primavera
l’eleganza di un cigno che dispiega le sue ali
il sorriso birichino di un bambino.
Si leva un pianto allucinato
uno strazio che pesca nell’amore le sue reti
mentre una pletora di giacche ben portate
promette giustizia e fine di dolori.
Di là da questi forse
altri due occhi stanno rimanendo orfani.



lunedì 22 aprile 2019

Poesia Daniela Biancotto, terza, cuneese


Sei il mio sogno




Sei nella mia pelle rovente

nel mio sangue impazzito

nel mio cuore palpitante.

Sei il mio sogno più intenso

la prima emozione del mattino

l’ultimo sospiro della sera.

Sei la meraviglia delle mie giornate

il bello di questa vita

la mia dolcezza infinita.

E mi commuovo

se penso

alle tue labbra sorridenti

ai tuoi occhi ridenti

alla tua voce suadente.

E vorrei

volteggiare

finalmente felice

tra le tue amate

braccia

toccando

in estasi

il cielo dei miei sogni.






domenica 21 aprile 2019

Teesti premiati Pietro Baccino - Lingua naturale poesia e prosa


Dai pŕoi u sciò dŕa tera                                                  Dai prati il fiato della terra

                                   

Dai pŕoi u sciò dŕa tera u s’léva sü,                                 Dai prati si alza il fiato della terra,

u rešpiŕ dŕa matîn an s’ŕa ruśò                                        il respiro del mattino sulla rugiada

ch’a cŕöb d’lüštŕîgni l’eŕba ancuŕa vérda                        che copre di lustrini l’erba ancora verde   

e a bagna eŕ give šcüŕe là ‘n t’eŕ camp.                           e bagna le zolle scure là nel campo.

A son rivò d’bun’uŕa a Šchêna d’Ośa,                            Son giunto di buon’ora a Schiena d’Asino,

ŕa ca dande mé poŕe l’è vnü aŕ mond:                            la casa dove mio padre è venuto al mondo:

‘na giurnò d’oŕia fŕešca sênza nivuŕe                              una giornata d’aria fresca senza nuvole

e suta u zé tüŕchîn lüxan ŕ’muntagne                              e sotto il cielo azzurro brillano le montagne

dŕa fióca növa laźǜ a l’oŕiźont.                                       della nuova neve laggiù all’orizzonte.

Müŕaje derucoje, pórte averte,                                        Muri diroccati, porte aperte,

ni ciōv e ni lüchèt u s’veg apeiś;                                     nè chiave, nè lucchetto si vede appeso ; 

u scov l’è ancuŕa dŕič, ma ‘n sciuš e d’vênt,                   il seccatoio è in piedi, ma un soffio di vento,

‘na tŕamuntana fórta a l’cacia an tera.                             una tramontana forte lo getta in terra.

Qui l’a pasò mé poŕe i pŕümi zînc                                   Qui ha trascorso mio padre i primi cinque

bŕüti agni dŕa só vita, sênza moŕe                                   brutti anni della sua vita, senza madre

ch’a ŕ’è mórta quel di quand l’è nasciǜ…                       ch’è morta quel giorno in cui è nato…

‘Na vota ancuŕa a son turnò a zeŕchè                              Una volta ancora son tornato a cercare

su j’è ’n segn ch’a pureisa léź an giŕ:                              se c’è un segno che potrei leggere intorno:

an sŕa štŕo d’fanga in loj u špégia u zé                            sulla strada di fango un lago specchia il cielo

e u po ch’u cianża cun mi ŕa mimóŕia                             e sembra pianger con me la memoria

d’in poveŕ fiö reštò sul an t’eŕ mond.                             d’un povero bambino rimasto solo al mondo.

Ŕa cascîna                                                                   La cascina


            U senté veğ cum i na longa biscia                   Il vecchio sentiero come una lunga biscia
            u traversa ant’eŕ bóšc                                      traversa nel bosco
            aŕ cant deŕ cuc                                                 al canto del cuculo
            e ai bŕagi dŕa gażana,                                      e alle grida della ghiandaia,
            e u riva aŕ cuŕm deŕ bŕic.                                 e giunge in cima alla collina.                       
            Pöi u coŕa d’bót vers i campi                          Poi scende di colpo verso i campi
            d’eŕba fŕanzeiśa abandunoi.                            d’erba francese abbandonati.
            E u s’léva eŕ vent                                            E si leva il vento
            ch’u pórta via eŕ föje d’fó,                              che porta via le foglie di faggio,
            ża mügioie an s’ŕa štŕo,                                   già ammucchiate sulla strada,
            e u pcîna l’eŕba                                                e pettina l’erba
            di loŕghi pŕoi da fen senza ripoŕ.                     dei larghi prati da fieno senza riparo.
            U sciuscia eŕ vent daŕ mo                                Soffia il vento dal mare
            e u puza ŕ’nivuŕe,                                            e spinge le nuvole,
            u pasa suvŕa ’ŕ ca di méi ricórdi,                     passa sopra le case dei miei ricordi,
            u i štŕascîna luntàn                                          li trascina lontano
            che pöi i s’perdan                                            che poi si perdono
            cum u temp pŕópi u fa                                     proprio come il tempo fa
            dŕa nóštŕa vita.                                                della nostra vita.
            L’ oŕia a s’enč                                                 L’aria si riempie
            d’ombre stie chi tŕemuŕan                               d’ombre sottili che tremolano
            senza ŕa fuŕma d’óm.                                      senza la forma d’uomo.
            L’è quel ch’u rešta                                          E’ quello che resta
            dŕa gent e du tŕavaj di agni pasoi:                   della gente e del lavoro degli anni passati:
            siè l’eŕba, tajè ŕ’ legne, fe ŕ’ caŕbon,                falciar l’erba, tagliar la legna, fare il carbone,
            dmuŕese e mangè póc,                                     divertirsi e mangiare poco,
            e sagŕinese                                                       e dispiacersi
            de s’vivi da póvŕ’óm                                       di questo viver da pover’uomo
            fîn a ŕa mórt.                                                   fino alla morte.
           
           
Serè u cérć

Mi a son nasciü a Sana, ma ‘ŕ’me reix i son lasü an sci brichi, lonżi daŕ mo, ant’i pciti paixi cum Giüxvala, u Dé e Pont di Pŕoi, dande i méi vegi i campovan a štent dŕa fatiga e dŕa póca tera. A Giüxvala a son što tŕei agni a u temp dŕa guera ant’ina póvŕa ca a mitò dŕa cuštéŕa. D’quei meixi a sö quel ch’i m’cuntovan mé poŕe e me moŕe e l’inventoŕi d’quel ch’l’è rešto: ŕa štiva a legna cu’i cérci e ŕ’cuverciòn, eŕ fer da štiŕ cun ŕa vegia zenŕ, na burnia d’tera pŕa cuajò e u lum a petŕoli cu’in tóc de štüpîn. Ma u ricórd ciü bel l’è in careghîn ampajò cu’ŕ gambe giüšte pŕópi per mi, che mé poŕe l’ova fo quande ch’a j’eŕa pcit. A ŕa fîn dŕa guera a suma turnoi a Sana, ma tuci j’agni, d’ištò, andovman aŕ paiś ant’ ŕa vegia ca. E mi a pasova u temp an giŕ da na cascîna a l’otŕa e u’m piaxiva pŕópi andè a tŕuvè eŕ veğ Serafîn, ch’u štova a Ca d’Limòn cu’ŕ fij ciǜ żun’. Ancuŕa adès a l’ö davanti a i ögi, ch’u caminova a štent an s’u senté a piese in bujö d’eva an fond a ŕa düx . L’éŕa ’n pó cum in nonu, in veğ amix. U m’cuntova u só viağ in Améŕica e u pŕépaŕova na cupeta vérda dŕa “geŕba” de s’mónd növ. Reŕe vóte u m’parlova, i ögi štŕeci a sentì ménu u duŕù, deŕ fij Giüśèp, mazò dai tedešchi,  gŕama gent, a lüj quaŕantequatŕ, quand a pena u cumenzova ŕa só vita da óm. Serafîn l’ova in can, neiŕ e bel, ma d’póca raża, ch’u bugiova ŕa cua, u me l-cova ŕa man e pöi u vniva via cun mi. A štovman sempŕ’ansèm, u sotova ant’eŕ pŕo e u s’rübatova żü da’r rive a naśè l’odù dŕa lévŕ. Pŕa só sei u j’éŕa l’eva dŕa riâna, pŕa fam, na mica d’pan. Řa seiŕa u’ndova a ca, da u só padŕòn, e u tŕuvova na xata d’pašta a zêna.
Due o tŕe vóte ŕa šmana a caŕova aŕ paiś, an ciaza, ch’a n’è mia na ciaza véŕa, ma u štŕadòn ch’u se xloŕga e u i s’purova żuvè aŕ balòn a pügni. Ovŕa u i pasa du vóte ŕa curiéŕa da Coiŕi aŕ Pont a Coiŕi. A u zimitéŕi ŕa pórta neiŕa d’fer a dŕöb ŕa štóŕia deŕ famije, du temp ch’u n’j’è ciǜ. Du fiŕe d’gażie vege, šcórza a suŕchi, fan ŕa vordia a ŕa géxa, a l’oŕatóŕi, a ŕa šcöŕa, aŕ palaz deŕ cumûn.                  
A ŕa fîn d’l’ištò u s’andova an vegia: a j’éŕman fiöi e’d fóŕe, špuventoi dai versci d’ina zveta e pöi daŕ j’ombre, che ŕa lüx dŕa lanterna a disegnova an s’l’erżi du senté. Cepa ŕa štala e ŕa gent a s’cuntova, stoia an s’ŕa paja, dŕa póca üva fŕóla, deŕ legne da tajè, di fiöi chi van a šcöŕa, deŕ vache, deŕ pupà ch’u ne šta voŕi ben: e u s’cumenzova a špujè ŕ’ gŕanôn.
Son pasoi j’agni e u s’n’andova ciü ant’ ŕa vegia ca, dexmentioia ans’eŕ bŕic. A muntovman sul a u temp di fonżi, quand eŕ bóš-c u s’tenż di söi cuŕui: rusa ŕa cioia, giona ŕa biula a fode gianche, eŕ caštâgne maron e i fói an giaca gŕixa cun ŕa föja cuŕù d’in môn bŕüxò. L’eŕa bel caminè senza špŕescia in meż a j’eŕbuŕi, pištè ŕ’fujàc e vardè u su ch’u monta e u špantìa ŕa só lüx tŕa rama e rama. Cum’u fus’ovŕa, a veg mé poŕe, veğ, ma ancuŕa an sant’uŕa, ch’u purtova u cavàgn du temp dŕa guera tante vóte caŕiò d’anveŕiöi. U’m muštŕova, mé poŕe, i mufôgni e u cöjiva i söi caštagneiŕöi. “Vorda là na cucôna!” Eŕ piaxì dŕa šcuverta l’éŕa na póvŕa dmuŕa, i pasci in pó ciǜ gŕévi, ma i ögi d’in faŕchèt.
E pöi me moŕe  a s’n’è andoia e a ŕa lasciò in vöj  ant’eŕ mé cö:  mi a sent ancuŕa eŕ só caŕeze lgéŕe, a ŕa veg chinoia an s’l’òugia a cüxì pŕeciśa cum eŕ mônie e pöi ch’a m’ bŕaza, i ögi duzi, senza dì na paŕóla: mi, a capiš.  Reštò sul cun mé poŕe, a j’ö deciś ch’l’éŕa temp d’fè quel ch’a vureiva da tanci agni. Mé poŕe u m’parlova, u m’cuntova e mi a šcŕiviva eŕ parole du só dialèt ; e tüci i dì eŕ paŕole i s’mügiovan an’sci föji.  U m’diva, mé poŕe,  ŕa štóŕia dŕa miśéŕia moi finìa deŕ cuntadîn ch’u tŕavaja an giurnò, di arneixi dŕa fatiga, eŕ fer, l’ancuiża, deŕ fen siò d’l’oŕba a seiŕa, du süŕót, deŕ ferle a liè ŕ fascîne, deŕ caštagne da cöj dŕenta aŕ rize cu’ŕ die apzìe.      S’dialèt mi a n’l’ova moi dŕuvò, ma a šcutè eŕ paŕóle d’mé poŕe, a j’ö pensò ch’l’éŕa pŕópi eŕ mé dialèt, na šcuverta tardiva dŕa mé reix,




Chiudere il cerchio

Sono nato a Savona, ma le mie radici sono lassù sulle colline, lungi dal mare, nei piccoli paesi come Giusvalla, Dego, Pontinvrea, dove i miei vecchi campavano a stento della fatica e della scarsa terra. A Giusvalla sono stato tre anni al tempo della guerra in una povera casa a metà del pendio. Di quei mesi so quello che mi raccontavano moi padre e mia madre, e l’inventario di quel che è rimasto : la stufa a legna con i cerchi e il coperchione, il ferro da stiro con la vecchia cenere, una scodella di terracotta per la quagliata e il lume a petrolio con un pezzo di stoppino. Ma il ricvordo più bello è un seggiolino impagliato con le gambe giuste proprio per me, che mio padre aveva costruito quando ero piccolo. Alla fine della guerra siamo tornati a Savona, ma tutti gli anni d’estate andavamo al paese nella vecchia casa. E io passavo il tempo in giro da una cascina all’altra e mi piaceva proprio andare a trovare il vecchio Serafin, che stava a Casa Limone con il figlio più giovane. Ancora adesso l’ho davanti agli occhi, che camminava a stento sul sentiero a prendersi uin secchio d’acqua in fondo alla sorgente. Era un po’ come un nonno, un vecchio amico. Mi raccontava il suo viaggio in America e preparava una tazza verde del « mate » di questo mondo nuovo. Rare volte mi parlava, gli occhi stretti a sentire meno il dolore, del figlio Giuseppe, ammazzato dai Tedeschi, gente cattiva, quando appena cominciava la sua vita da uomo. Serafin aveva un cane, nero e bello ma di razza incerta, che scodinzolava, mi leccava la mano e poi veniva via con me. Stavamo sempre insieme, saltava nel prato e si rotolava giù dalle rive a fiutare l’odore della lepre. Per la sua sete c’era l’acqua del ruscello, per la fame una pagnotta. La sera andava a casa dal suo padrone e trovava un piatto di pasta per cena.
Due o tre volte alla settimana scendevo al paese, in piazza, che non è una vera piazza, ma la strada provinciale che si slarga e ci si poteva giocare a pallapugno. Ora ci passa due volte la corriera da Cairo a Pontinvrea e da Pontinvrea a Cairo. Al cimitero la porta nera di ferro apre la storia delle famiglie, del tempo che non c’è più. Due file di gaggie vecchie, corteccia a solchi, fanno la guardia alla chiesa, all’oratorio, alla scuola, al palazzo comunale.
Alla fine dell’estate si andava in veglia : eravamo bambini da favole, spaventati dai versi d’una civetta e poi dalle ombre che la luce della lanterna disegnava sul bordo del sentiero. Tiepida la stalla e la gente si raccontava, seduta sulla paglia, della poca uva fragola, della legna da tagliere, dei figli che vanno a scuola, delle mucche, del padre che non sta tanto bene : e si cominciava a sfogliare il granturco.  Sono passati gli anni e non si andava più nella vecchia casa, dimenticata sulla collina. Salivamo solo al tempo dei funghi, quando il bosco si tinge dei suoi colori : rosso l’acero, gialla la betulla con le gonne bianche, i castagni marrone e i faggi in giacca grigia con la foglia colore del mattone bruciato. Era bello camminare senza fretta in mezzo agli alberi, pestare il fogliame e guardare il sole che sale e sparge la sua luce tra ramo e ramo. Come fosse adesso, vedo mio padre vecchio, ma ancora lucido, che portava il cesto del tempo di guerra, tante volte riempito di porcini. Mi mostrava, moi padre, i cortinari e raccoglieva il suoi castagnoli. « Guarda là un ovolo ! ». Il piacere della scoperta era un modesto passatempo, i passi un po’ più pesanti, ma gli occhi di un falco.
E poi mia madre se n’è andata e ha lasciato un vuoto nel mio cuore : sento ancora le sue carezze leggere, la vedo chinata sull’ago a cucire precisa come le monache e poi che mi abbraccia, gli occhi dolci, senza dire una parola : io comprendo… Rimasto solo con moi padre, ho deciso che era tempo di fare quel che volevo da tanti anni. Moi padre mi parlava, mi raccontava e io scrivevo le parole del suo dialetto ; e tutti i giorni le parole s’ammucchiavano sui fogli. Mi diceva mio padre la storia della miseria mai finita del contadino che lavora a giornata, degli arnesi della fatica, la falce fienaia, l’incudine, del fieno falciato dall’alba a sera, dell’accetta, dei polloni a legar le fascine, delle castagne da raccogliere nei ricci con dita intirizzite. Non avevo mai usato questo dialetto, ma ascoltando le parole di mio padre ho pensato che era proprio il moi dialetto, una scoperta tardiva della mia radice.












                       

venerdì 12 aprile 2019

“Le-s cianch” (“Lo strappo”) di Luigi Lorenzo Vaira


Lë s-cianch



Na muda ’ncor bela ’d lan-a maròn

a vorìa regaleje mia mare a ’n brav òm

le braje peró a l’avìo già cambià tinta e la giaca,

an vardand-la për bin cò da ’ndrinta,



andoa che la feudra a l’era vnuita pì  fin-a

a l’avìa në s-cianch a l’autëssa dla  schin-a,

ma avzinand-sla a j’euj a l’è vnuje lë sgiaj,

lë s-cianch a la fin … a l’era peui ʼn taj



e alora  a Maria a l’è piaje ’n sospet,

a son piegasse le gambe e a l’è setasse ’n sël let.

Tocand con le man për capì còsa fé,

da travers a la feudra, mama a l’ha sentì 'n papè.



Slarghè ʼn poch lë s-cianch e pijè ʼn man cola litra

a lʼè stàita nʼemossion ch’i stagh nen sì a ditla.

«Mè car Giariòt»,  a scrivìa mè pare,

«Ancheuj 'nt ël tre bòt a l’é passaje ʼl primari



e a lʼha dime, an parland con sò acsan ёd Turin »:

« Ch’a varda monsù ch’i ’ndoma nen bin

a l’é ʼncora pì giàun e a perd sempre pì ’d pèis »

«Ch’am disa dotor » e chièl … «Mach pì doi mèis...»



«Alora Giariòt adess i foma parèj:

mi i  fas  finta ’d gnente ... e ti ’d nen savèj,

i veuj nen che ti ’t piori përché mi i stagh mal,

ansi che bel … s’i pens che a Natal



am lasso vnì a ca da mie masnà e mia Maria,

ma dòp la fin ʼd Gené, quand che mi ’ndareu via

i lo capiss che la strà a sarà tuta ’n salita,

promëtt-me però d’arfete na vita



e a fà nen s’it dovras peui lassè nòstra ca, ma…

fà ʼn manera che ij cit... a l’abio torna ʼn papà ».                                                                              





  

 Lo strappo



Un vestito ancora buono di lana marrone

voleva regalare mia madre a un brav’ uomo

i pantaloni però avevano già cambiato tinta

e la giacca, guardandola bene all’interno,



dove la fodera era diventata più fine

aveva uno strappo all’altezza della schiena,

ma avvicinandosela agli occhi le è venuto un brivido,

lo strappo alla fine era poi un taglio



e allora a Maria è venuto un sospetto

le si son piegate le gambe e si è seduta sul letto.

Toccando con le mani per capire cosa  fare,

attraverso alla fodera mamma ha percepito un foglio.



Allargare un po’ lo strappo e prendere in mano quella lettera

è stata un ‘emozione che non stò a dire

« Mio caro Topino», scriveva mio padre,

oggi verso le tre è passato il primario



e mi ha detto, parlando col suo l’accento di Torino

« Guardi signore che non andiamo bene

è ancora più giallo e perde sempre più peso» –

 « Mi dica dottore »  e lui … « Solo più due mesi ».



« Allora Topino adesso facciamo così:

 io faccio finta di niente … e tu di non sapere

non voglio che tu pianga perché io stò male

 anzi che bello … se penso che a Natale



mi lasciano venire a casa dai miei bimbi e dalla mia Maria,

ma dopo la fine di Gennaio, quando io andrò via…

lo capisco che la strada sarà tutta in salita 

ma promettimi di rifarti una vita



e non importa se dovrai poi lasciare la nostra casa,

ma fa in modo che i bambini abbiano di nuovo un papà.

“El barba dl’America” (“Lo zio d’America”) di Luigi Lorenzo Vaira


Ël barba dl’América.                                                                                  

A son passà già pì che sènt ani da quand che ʼn giovò ch’a portava l’istess mé cognòm, a l’è partì con un tascapan pien dë speranse për andé ʼn América. Nen l’América che tuti nojàutri i conossoma, cola dl’Òvest ch’i l’oma amprendù a vëdde al cine, nò, le neuve frontiere dla speransa antlora a vardavo un teritòri ’ncor pì misterios: l’Argentin-a. Giaco, parèj a-j disìo a col mé parent a la longa, an partind per col viagi, a lassava na famija ch’a l’avìa nen jë strument për deje da mangé a tute soe masnà e chiel, ch’a l’era ’l pì vej dij fieuj, a l’avìa decidù ʼd partì për sërché fortun-a e për gaveje a sò pare ’l sagrin ëd manten-e ’n matòt ch’a l’avìa già pì ’d vint ani.

Le neuve che da ràir a rivavo da de dlà dl’òcean a parlavo ’d tère bon-e da gran come da fen, tère grasse ch’a l’avrìo portà dj’arcòlt grandios ai giovo ’d bon-a veuja ch’a fusso stàit tanto coragios da rivé fin-a là për coltiveje. Con j’euj e’l cheur pien dë speranse e fòrsi d’ilusion, Giaco a l’avìa salutà soa mare e ambrassà ij frej pì cit ch’a j’ero’ndàit a compagnelo a la stassion, prima sosta dël viagi për l’América. Sò pare, che da chiel as fasìa ’ncora dé dël “Voi”, a l’avìa salutalo për la prima vòlta ’n strenzend-je la man coma për dì che col fieul ch’a ’ndasìa via a l’era dventà n’ òm. An tra òm a toca salutesse për parèj, sensa tante gnògne bele se j’euj ross e le lèrme ch’a calo, a tradisso l’emossion ëd coj moment. Gnun dij doi a savìa se a sarìo tòrna vist-se, ma ’nt col moment e për tanti di ’ncora, ël sagrin pì gròss a l’era col cheʼl viagi a ’ndèissa bin, sensa gnun-e brute sorprèise da già che travërsé l’ocean a l’era na ròba fòra dla comprension ëd cola gent ch’a l’avìa mai solament vist ël mar ëd ca nòstra. Giaco donca a l’era partì ʼnt ij primi ani dël secol passà e, për tròp temp, ëd chiel gnun a l’avìa avù dle neuve. I peuss-ma mach anmaginesse ʼl sagrin ëd soa mare ch’ a podìa nen chërde a le paròle ʼd sò òm, ch’a smijava motobin pì tranquil che chila. Tuti ij di cola mama a corìa ’nver al postin con la speransa ’d vëdd-se porté na busta ch’a-j dèissa la cërtëssa che sò matòt a stasìa bin; a sarìa bastaje bele mach na cartolin-a, ma la prima notissia a l’era rivà solament doi ani apress ëd la partensa’d Giaco e cola litra scrita dal fieul emigrà, bele sensa dé tante spiegassion, a fasìa capì che la vita an Argentin-a a l’era ’ncur pì grama che cola ʼd sò pais. Na frase ʼn particolar, scrita ʼnt n’italian dësgramaticà a l’é dventà për cola mare, ël torment ch’a l’ ha compagnala fin-a a la fin dij sò di: «Se poterete voi manderete». A l’era na ciaira arcesta ’d sòld ch’a l’avrìo consentì a Giaco d’artorné a ca. Belavans la famija ’d col mé parent American a l’era già privasse ëd tut lòn ch’a l’avìa podù për ambaroné la gifra ch’a l’era servìa a paghé ’l prim viagi e quand che forsi a l’avrìa avù la manera ’d torna mandeje dij sòld për felo artorné al pais, a l’era tròp tard. Le litre da l’América a son rivà, pì o meno istesse, ancora për tre ani, peui ʼd col barba dij barba a l’è restaje gnente d’àutr che cola tremenda arcesta d’agiut.

Destin gram col dj’emigrant, për un ch’a riess a fess-la bin, mila a fan na vita d’infern.

Ancheuj, a distansa ’d tanti ani, l’Italia a l’è dventà ’d cò chila un pais d’imigrassion, prima ant j’ani sessanta is parlava d’imigrassion interna, da le region ëd la bassa a cole dël nòrd, sèmper për l’istess motiv, col che fin-a dal temp ëd Nosgnor a possa ij pòpoj a tramuvesse: la continua arsèrca d’un leu ch’a consenta ’d vive n’esistensa dignitosa, peui i l’oma vist e ’ncora i vëddoma l’imigrassion da j’àutri stat, an particolar da l’Euròpa dl’est e dal Nòrd Àfrica. La stòria a l’ha mostrane vàire amèr ch’a-i sia ʼnt la boca ëd chi ch’a deuv andé via dal pais anté ch’a l è nassù e tramuvesse andova che tut a l’è diferent da lòn che a conòss da sèmper, lontan da le cërtësse ëd ca.

Ël nòstr ëstat a l’è dimostrasse sensibil a le dësgrassie dj’arfugià dasend-je ospitalità a tuti coj ch’a l’han avune dabzògn, pròpi coma ch’a fasìa, tanti ani fa’ ël pare ’d Giaco che, nen podend giuté ʼl fieul lontan, a l’era vagnasse lë stranòm ʼd “Login” (col ch’a da alogg) për la soa costuma ʼd deurbe le pòrte ’d ca a chicassìa a l’avèissa avù dabzògn d’artiresse na neuit për deurme. Adess però ʼl fluss dj’emigrant a l’è chërsù talment che riess-ma pì nen a steje apress e nen mach, ma a taco fin-a a vëdd-se le prime rivalità interne ʼn tra nòstra gent e jë strangé ch’a son vnuit a serché fortun-a ambelessì. Antregh paisòt che da tant temp a j’ero stàit bandonà, adess a vivo na sconda giovnëssa bele che ʼn tra cole muraje as senta parlé mach pì na lenga forëstera. Tut sossì a sarìa pa na ròba bruta s’a fussa nen che, possà da la concorensa ’d gent pì afamà che lor, ij nòstri giovo a podrìo decide ʼd fé come col barba Giaco e’ndesse a serché fortun-a ʼnt n’àutr ëstat. A dila pròpi tuta, na surtìa parèj a l’è già ’ncaminà: le prime a scapé a son stàite le ment pì lusente ʼd nòstr pais che, për trové un pòst andoa travajé con sudisfassion, a son ëscapà via da l’Italia ancaminand n’emoragìa ’d giovo ch’as na van corend-je apress a ʼn seugn che facilment a sarà sèmper mach lòn-lì e gnente d’àutr … un seugn. Mì përsonalment, a mè fieul, che dòp d’avèj pijà la làurea ʼn lenga cinèisa, a l’è ʼncaminasse a serché travaj ant col pais, fòrsi con na frisa d’egoism, j’arcòrd da sovens cola frase famosa dël nòstr parent american:

 « Se poterete voi manderete» e magara, arzigand dë smijé tròp tënner, im lo ten-o bin ës-ciass ant ij brass … tant im pias nen ch’am daga dël “Voi”.

Lo zio d’America

Sono trascorsi già più di cento anni da quando un giovane che portava il mio stesso cognome, è partito con un tascapane pieno di speranze per andare in America. Non l’America che noi tutti conosciamo, quella dell’Ovest che abbiamo imparato a vedere nei cinema, nò. Le nuove frontiere della speranza allora guardavano ad un territorio ancora più misterioso: l’Argentina. Giacomo, così si chiamava quel mio parente alla lontana, partendo per quel misterioso viaggio, lasciava una famiglia che non aveva i mezzi per sfamare tutti i suoi figli e lui che, tra loro,era il più vecchio, aveva deciso di partire per cercare fortuna e per sgravare suo padre dalla preoccupazione di mantenere un ragazzo ormai più che ventenne.

Le notizie che raramente giungevavo da oltre oceano, parlavano di terre buone da grano e da foraggio, terre grasse che avrebbero portato dei raccolti grandiosi a quei giovani di buona volontà che fossero stati tanto coraggiosi da giungere fin là per coltivarle. Con gli occhi ed il cuore pieno di speranze e forse di illusioni, Giacomo aveva salutato sua madre ed abbracciato i fratelli più piccoli che lo avevano accompagnato alla stazione, prima tappa del viaggio per l’America. Suo padre, che da lui ancora si faceva dare del “Voi”, lo aveva salutato per la prima vòlta stringendogli la mano come per dire che quel figlio che stava partendo era diventato un uomo.  Tra uomini ci si salutava così, senza tanti fronzoli anche se gli occhi rossi e le lacrime che scendono tradiscono l’emozione di quei momenti. Nessuno dei due sapeva  se si sarebbero ancora visti, ma in quel momento e per tanti giorni ancora, la maggior preoccupazione era  che quel viaggio andasse a buon fine, senza brutte sorprese, poiché attraversare l’oceano era una cosa fuori dalla comprensione di quella gente che non aveva mai neppure visto il mare di casa nostra.

Giacomo era dunque partito nei primi anni del secolo scorso e, per troppo tempo, di lui nessuno aveva avuto notizie. Possiamo solo immaginare la preoccupazione di sua madre incredula ascoltando le parole del marito, che pareva più tranquillo di lei. Ogni giorno quella mamma correva verso il postino con la speranza di vedersi recapitare una busta che le desse la certezza che il suo ragazzo stesse bene; le sarebbe bastata anche solo una cartolina, ma la prima notizia le arrivò solamente due anni dopo la partenza di Giacomo e quella lettera, scritta dal figlio emigrato, anche se senza tante spiegazioni, lasciava ben intendere che la vita in Argentina era ancor più dura di quella del suo paese. Una frase in particolare, scritta in un italiano sgrammaticato, era diventata per quella madre, il tormento che l’ha accompagnata fino alla fine dei suoi giorni:  «Se poterete voi manderete». Era quella una chiara richiesta di denaro che avrebbe consentito a Giacomo di ritornare a casa. Purtroppo la famiglia di quel mio parente americano si era già privata di tutto ciò che aveva potuto, per racimolare la cifra che le era servita per pagare il primo viaggio e quando, forse, avrebbe avuto modo di mandargli altri soldi per farlo tornare al paese, era ormai troppo tardi. Le lettere dall’America sono arrivate, più o meno uguali, ancora per tre anni, poi di quello zio d’America non è rimasto altro che quella tremenda richiesta di aiuto.

Brutto destino quello degli emigranti, per uno che riesce a far fortuna, mille fanno una vita d’inferno.

Oggi, a distanza di tanti anni, l’Italia è diventata anche lei un paese d’immigrazione, prima negli anni sessanta si parlava di immigrazione interna, dalle regioni del sud a quelle del nord, sempre per lo stesso motivo, quello che fino dai tempi di Nostro Signore  spinge i popoli a spostarsi: la continua ricerca di un luogo che consenta una vita dignitosa, poi abbiamo visto e ancora vediamo l’immigrazione da altri stati, in particolare dall’Europa dell’est e dal Nord Africa. La storia ci ha insegnato quanto amaro ci si anella bocca di chi deve andar via dal paese d’origine e spostarsi dove tutto è diverso da ciò che conosce da sempre, lontano dalle certezza di casa.

Il nostro stato si è dimostrato sensibile alle disgrazie dei rifugiati dando osptalita a tutti coloro che ne hanno avuto bisogno, proprio come faceva tanti anni fa il padre di Giacomo che, non potendo aiutare il figlio lontano, si era meritato il soprannome di “Login” (colui che da alloggio) per quella sua abitudine di di aprire le porte a chiunque avesse avuto bisogno di un riparo per dormire la notte.

Ora però il flusso degli emigranti è cresciuto talmente che non riusciamo a farvi fronte e non solo, ma iniziamo a vedere le prime rivalità interne tra la nostra gente e gli stranieri che sono venuti qui a cercar fortuna.  Interi paesi che da tanto tempo erano stati abbandonati, adesso vivono una seconda giovinezza anche se tra quelle mura si sente ormai parlare solo una lingua forestiera. Tutto questo non sarebbe un fatto negativo se non fosse che, spinti dalla concorrenza di gente ancor più affamata, i nostri giovani potrebbero decidere a loro volta, di fare come quello zio Giacomo ed andarsi a cercare fortuna in un altro stato. A dire proprio tutta la verità , una cosa del genere è già iniziata: le prime a scappare sono state le menti più brillanti del nostro paese che, per trovare un luogo dove andare a lavorare con soddisfazione, sono fuggite dall’ Italia aprendo un’emorragia di giovani che se ne vanno rincorrendo quello che facilmente sarà solo e  null’ altro che un sogno. 

Io personalmente, a mio figlio, che dopo aver conseguito la laurea in lingua cinese, ha iniziato a cercarsi un lavoro in quel paese, forse con un pizzico di egoismo, ricordo spesso quella frase famosa del nostro parente americano: « Se poterete voi manderete» e magari, rischiando di essere troppo tenero me lo tengo stretto tra le braccia… tanto a me non piace che mi dia del “Voi”.




Pietro Rainero, Acqui Terme, vincitore sezione parole ed immagini












giovedì 11 aprile 2019

Alla premiazione nessuno sfugge...





Manipolo di organizzatori, nella piovosa mattinata di domenica 7 aprile, si è spinto sin nel cuore del centro storico di Savona, per consegnare a Pietro Baccino i tre primi premi ed il secondo premio vinti. Lo scrittore e poeta era assente alla premiazione dello scorso 23 marzo per motivi di salute...